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Enti locali: più quote rosa per tutti

Enti locali: più quote rosa per tutti

Cosa dice il nuovo disegno di legge sulla parità della rappresentanza di genere nelle amministrazioni locali approvato la scorsa settimana al Senato, non senza malumori e resistenze

Dopo essere stato approvato in prima lettura dalla Camera lo scorso 8 maggio 2012, il disegno di legge Disposizioni per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali. Disposizioni in materia di pari opportunità nella composizione delle commissioni di concorso nelle pubbliche amministrazioni (A.S. 3290-A) è stato approvato martedì scorso, nonostante i propositi bellicosi di alcuni esponenti del centrodestra, dall’Aula del Senato.

Il disegno di legge si propone di promuovere la parità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive degli enti locali e territoriali, incidendo sulla materia relativa alla legislazione elettorale, agli organi di governo e alle funzioni di Comuni e Città metropolitane, materia di competenza esclusiva dello Stato.

Il testo approvato, che deve ancora superare l’ultimo esame della Camera, andrà applicato dalle prossime elezioni. Nello specifico, si prevede che nelle liste dei candidati alle comunali nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi. Qualora la commissione elettorale verifichi che non è rispettato questo principio, riduce la lista cancellando i nomi dei candidati appartenenti al genere più rappresentato. Se la lista, alla fine della cancellazione delle candidature eccedenti, contiene ancora un numero di candidati inferiore a quello prescritto, viene cancellata nel caso dei comuni sopra i 15mila abitanti – mentre nel caso di comuni più piccoli si è scelto di evitare la ricusazione della lista perché può portare alla decadenza del sindaco.

Ci sarà poi la possibilità di esprimere due preferenze (anziché una, secondo la normativa vigente) per i candidati a consigliere comunale. Se si è sceglie questa opzione, però, una preferenza deve riguardare un candidato uomo e l’altra una candidata donna della stessa lista (o viceversa). In caso di mancato rispetto della disposizione, si prevede l’annullamento della seconda preferenza. Ancora, si prevede che le legislazioni regionali in materia elettorale dovranno osservare la promozione della parità di accesso tra uomini e donne alle cariche elettive regionali.

Anche i mezzi d’informazione, “nell’ambito delle trasmissioni per la comunicazione politica” saranno “tenuti al rispetto dei princìpi dell’articolo 51 della Costituzione”, “per la promozione delle pari opportunità”.

Disposizioni sulle commissioni di concorso prevedono infine che l’atto di nomina della commissione per i concorsi pubblici vada inviato entro tre giorni alla consigliera o al consigliere di parità, nazionale o regionale, da individuare in base alla competenza territoriale dell’amministrazione che ha bandito il concorso. In tal modo, s’istituisce una forma di vigilanza sulle nomine: il consigliere di parità, dovrà, infatti, certificare il rispetto della parità di genere tra i componenti della commissione.

L’approvazione del disegno di legge al Senato non è stata certamente facile, ed anzi ci sono stati parecchi malumori, registrati soprattutto nella Lega e nel Pdl. Le votazioni sul testo (approvato con 148 sì, 60 no e 30 astenuti) hanno visto il partito di Berlusconi dividersi su tutte le votazioni, sia quelle relative agli emendamenti sia quella finale. In alcuni casi, un’ampia maggioranza del gruppo (oltre 80 componenti) ha votato contro, in modo difforme dalle indicazioni del capogruppo, mentre la Lega è stata costantemente contraria ai contenuti dei vari articoli e del testo complessivo.

La discussione generale ha da subito assunto toni e contenuti “stereotipati” ed il “dibattito in tal senso è stato drammaticamente chiuso in se stesso, prolifico di alibi, negazioni e scappatoie di fronte all’evidenza”, a testimonianza che quando s’introducono norme che incidono su posizioni di potere consolidato le reazioni sono scomposte. Sebbene le politiche per le pari opportunità comincino a produrre effetti positivi, infatti, l’Italia è particolarmente arretrata sotto il profilo della partecipazione femminile alla vita politica. Mentre le donne sono la parte più consistente della popolazione, la loro sotto-rappresentazione nelle istituzioni elettive, ben al di sotto del 30 per cento fissato dalla Commissione sulla condizione femminile delle Nazioni Unite, configura un grave deficit democratico. Il disegno di legge approvato costituisce proprio un tentativo volto a colmare tale lacuna, senza però alterare il risultato elettorale. Nonostante la copertura costituzionale alle azioni positive offerta dall’articolo 51 della Costituzione dopo la riforma del 2003 il disegno di legge discusso è assolutamente coerente con la via europea dell’eguaglianza di genere, volta a ripristinare eguali condizioni di partenza piuttosto che con il modello americano delle azioni positive a favore delle minoranze discriminate.

Nonostante ciò, alcuni senatori hanno richiamato possibili profili d’incostituzionalità. Così, il disegno di legge è passato dopo che nell’Aula del Senato è andata in scena un’autentica guerra tra i sessi, con un tifo da stadio per gli esponenti del Pdl che, uno dopo l’altro, si alzavano per dire che, nonostante una delle relatrici fosse dei loro e nonostante le lunghe mediazioni, la legge era inaccettabile. Si può dire che l’80 per cento del Pdl aveva deciso di affossare le quote rosa. Gli esponenti Pdl hanno soprattutto criticato il meccanismo della doppia preferenza che, secondo loro, condiziona l’esito del procedimento elettorale, stride con il principio del merito, favorisce accordi fra candidati e penalizza quanti non riescano a collegarsi ad un’altra candidatura. Anche la Lega ha bollato come “incostituzionale” il disegno di legge e, con Sergio Divina alla guida, si è astenuto in blocco (30 senatori), ben consapevole che l’astensione a Palazzo Madama vale voto contrario. Secondo il Sen. Divina, le disposizioni del disegno di legge sono “sbilanciate ed esagerate” nel favorire il genere femminile, che, nelle parole del Senatore, “è in gran parte disinteressato alla politica”. Simili osservazioni sono state fatte da esponenti del Pdl.

Tra chi invece ha espresso apprezzamento per il disegno di legge si esprime la convinzione della necessità di un maggiore processo di modernizzazione democratica dell’Italia che deve portare più donne nella politica e nelle istituzioni: non si tratta – com’è stato anche detto – di una difesa corporativa di esigenze formulate da una élite, ma di andare oltre quel blocco “inconsapevole” degli uomini che dirigono le forze politiche e che bene si sintetizza nella definizione di «tetto di cristallo».

In conclusione, non può nascondersi che il disegno di legge approvato lo scorso martedì al Senato sia frutto di sfibranti mediazioni tra le forze politiche che hanno visto forti riserve, oseremmo dire “resistenze” maschili, che denotano ancora una volta uno stereotipo culturale ostile alla realizzazione della democrazia paritaria, pur sancita nella Costituzione, e alla richiesta di rinnovamento e rilancio della politica. In un Parlamento eletto con il Porcellum, dove gli eletti non sono eletti, ma nominati e scelti dal capo, e in cui gli effetti della cooptazione sono sotto gli occhi di tutti, l’auspicio è che i partiti e le forze politiche più in generale, nella prossima circostanza di voto sul provvedimento alla Camera, sappiano interpretare il profondo malessere dei cittadini verso un sistema politico chiuso su sé stesso e diano un segnale di apertura alle competizioni femminili e alla rappresentanza di genere. La sfiducia verso i partiti ha bisogno di atti concreti per rimotivare le donne, ed anche i tanti uomini, alla passione politica e alla partecipazione democratica.

 

Francesca Petrini

Dottoranda in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, si è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ha conseguito il titolo di Master di II livello in Istituzioni parlamentari per consulenti d´Assemblea.

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