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YouTrend intervista Matteo Ricci

YouTrend intervista Matteo Ricci

YouTrend ha incontrato Matteo Ricci, Presidente della provincia di Pesaro e Urbino. In quanto giovane dirigente emergente del PD, abbiamo chiesto il suo punto di vista su diversi temi: si è partito dalla politica internazionale e del ruolo dell’Unione Europea nella crisi del debito per poi arrivare alla politica nazionale. In questo contesto, abbiamo dedicato diverse domande al Festival della Felicità, giunto alla seconda edizione e portatore di grandi novità in ambito sia politico che statistico. Vediamo perché.

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Iniziamo da lei prima di tutto: è uno dei più giovani presidenti di provincia in Italia. Che ne pensa un giovane politico dell’abolizione delle province?

Il ragionamento sulla razionalizzazione degli enti locali è giusto e condivisibile, ma l’idea dell’abolizione delle province è finita immediatamente nel tritacarne mediatico dei costi della politica. I provvedimenti assunti dal governo Monti, pertanto, rischiano di restare vuoti perché non godono di alcuna progettualità che dovrebbe avere ogni riforma di questo genere. Sopprimere un ente come le province, infatti, risulterà dannoso per tutti i territori, poiché l’Italia è storicamente composta da province e non da Regioni. Avrebbe avuto molto più senso prevedere un immediato accorpamento di tali enti, arrivando a quota 70 unità (attualmente le province sono 110, ndr). Tornando al discorso storico, penso che si dovrebbe dividere l’Italia in macroregioni, facendo in modo di razionalizzare i costi della politica intervenendo sulla riorganizzazione degli uffici e dei beni a disposizione delle singole Regioni. Sintetizzando, vedrei bene un’Italia con 10 regioni e 70 province con reali poteri e competenze.

Se le dovessi chiedere di fare una classifica in ordine di importanza politica (dalla meno importante alla più importante), per lei, come classificherebbe queste città? Pesaro, Bruxelles, Roma, Ancona.

Se dovessi guardare esclusivamente alle mie competenze,non avrei dubbio a classificare Pesaro al primo posto. La realtà, però, ancora non digerita dalle classi dirigenti dei partiti, è che le decisioni più importanti vengono prese nei palazzi di Bruxelles, e anche se il Parlamento Europeo ha ancora un ruolo marginale a livello politico sarebbe saggio che i nostri parlamentari europei siano il meglio di quanto potremmo inviare all’estero per rappresentare degnamente il nostro Paese.

Come le è venuta l’idea di creare un festival della felicità?

Nel 2007, uscendo dal cinema dopo aver visto il film di Muccino “La ricerca della felicità” sono uscito angosciato. La mia preoccupazione derivava dal fatto che il diritto alla ricerca della felicità, in questi anni, è stato calpestato ripetutamente. Il modello sul quale basavamo (e ancora basiamo) la nostra esistenza è “Denaro = Felicità”. Tale sistema, in Italia, è stato replicato e per giunta male, poiché il merito nel nostro Paese non viene in alcun modo premiato, a differenza che nel mondo anglosassone dove è più facile essere considerati per le proprie competenze e null’altro. Abbiamo il dovere, come nuova generazione politica, di combattere quel vecchio e vetusto modello di crescita iperliberista che ci ha portato fino a questo punto. Dobbiamo riconsiderare le nostre priorità, perché negli ultimi decenni le disuguaglianze sono ulteriormente aumentate. Se invece riduciamo le diseguaglianze, possiamo anche incentivare la meritocrazia e far sì che la ricerca della felicità diventi un vero e proprio diritto, come è previsto nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti di Thomas Jefferson.

Da quando la felicità è diventato un concetto oggettivo, calcolabile? Cos’è la felicità per l’ISTAT?

Partiamo da un altro concetto: la felicità è politica. L’intenzione è quella di rinnovare il palcoscenico pubblico e politico nel linguaggio, ma non solo. Ci sono questioni irrisolte da anni che invece avrebbero facili soluzioni se affrontate con più semplicità e attinenza rispetto ai nostri tempi. Penso all’equazione Lavoro = Dignità = Felicità. Penso ai beni comuni. Negli ultimi mesi, complice il referendum, siamo stati al centro di una scelta importante su un bene pubblico come l’acqua. È da qui che parte il ragionamento sul ruolo della felicità nella sfera pubblica delle nostre vite. Ora, partendo dall’assunto che il modello di sviluppo va necessariamente cambiato, è ovvio che anche il progresso va misurato diversamente. Il BES, ideato dall’ISTAT, va in questa direzione. BES sta per Benessere Equo e Solidale e tiene conto di diversi fattori oltre al PIL, in fase di rilevazione e rielaborazione statistica.

Composizione dell'indice BES, fonte: ISTAT (cliccare l'immagine per ingrandirla)

L’ISTAT vi sta usando come “cavie” per sperimentare questo nuovo indicatore: come ci si sente e, soprattutto, quando avremo i primi riscontri statistici?

Ad autunno di quest’anno ci sarà una presentazione dei primi dati rilevati e rielaborati. Per la Provincia di Pesaro e Urbino, primo ente in Italia ad essere studiato dall’ISTAT su questo nuovo indicatore, è un onore e un vanto essere in prima linea su questa tematica che sarà sicuramente il futuro delle rilevazioni statistiche, come dimostrano gli studi posti in essere da diversi anni da altri Paesi nell’Unione Europea. Ora anche le città metropolitane hanno chiesto di prendere parte al progetto e anno dopo anno il BES avrà sempre un influsso maggiore nelle politiche dei governi nazionali. Essere di destra o sinistra dipende dalle priorità che si vogliono dare: una nuova misurazione, però, è imprescindibile per tutto il panorama politico internazionale.

Pensa che la regione Marche possa essere al primo posto per quanto riguarda la felicità e il benessere delle persone?

Di sicuro c’è una cosa: le Marche non saranno mai la prima regione in Italia e in Europa per PIL. Abbiamo il dovere di ricalibrare i nostri obiettivi: nella nostra regione si vive bene, i servizi sono di qualità, la sanità funziona bene così come il sociale. Certo, ci sono delle criticità anche qui ma come amministratori abbiamo l’obiettivo di diventare la prima regione in Italia e, perché no, in Europa, per qualità della vita e benessere dei cittadini.

Non pensa che organizzare un “festival della felicità” in tempi di crisi possa essere fraintesa da chi, per essere felice, ha davvero pochi motivi?

Il Festival, come detto, è un’occasione per accendere le luci nazionali sul nostro territorio. Lo riteniamo un significativo pezzo del piano strategico politico dei prossimi 10 anni, e ci abbiamo investito tanto in termini di credibilità politica. È sempre rischioso, ovviamente, parlare di felicità in un periodo come questo, ma l’importante è avere poi la dimensione reale della situazione sempre a portata di mano. Da quando sono stato eletto (nel 2009), ho visitato circa 700 aziende e aperto 60 tavoli di concertazione e trattativa. So bene quali difficoltà accomunano i lavoratori in questi mesi, però è proprio nei momenti in cui si cade che non bisogna rinunciare alla ricerca della felicità e reagire. Anche nel dolore, comunque, la ricerca della felicità è una costante e non dobbiamo avere l’ipocrisia di non raccontare questo fatto.

Perchè l’ISTAT crea nuovi indicatori, come il BES, e poi l’UE ci dice di rispettare regole di finanza pubblica basandoci solo sul PIL?

Vede, l’Unione Europea gestisce questa delicata fase di crisi con le regole che sono state create nel passato. Non è un segreto, sono sempre stato a favore della creazione degli Stati Uniti d’Europa: nel 2003 infatti scrissi la mia tesi di laurea sulla Costituzione europea. Ma ritengo che l’Europa debba assolutamente unirsi a livello politico e ciò non può prescindere in alcun modo da elezioni democratiche per tutte e tre le istituzioni cardine dell’UE. Oltre al Parlamento, pertanto, i cittadini dovrebbero poter eleggere i commissari europei e, perché no, il Presidente degli Stati Uniti d’Europa.

Dulcis in fundo, la politica italiana: cosa ne pensa delle primarie all’interno del PD per la scelta del candidato premier? Applicherebbe il modus operandi delle primarie anche nella scelta dei parlamentari?

Sono d’accordo con le primarie per la scelta del Premier. Se fossero primarie di coalizione, ci sono due potenziali strade invece: svolgere prima un congresso con il coinvolgimento di tutti gli iscritti, in modo da presentare un solo candidato per il PD; oppure, svolgere delle primarie a doppio turno per far sì che almeno un candidato PD vada al ballottaggio. Per i parlamentari, oltre ad essere chiaramente d’accordo sulle primarie, aggiungo una cosa: se la legge elettorale rimanesse questa, sarebbe un modo per scardinare parzialmente le correnti nazionali e i deputati che hanno svolto più di tre legislature.

Anche chi ha ruoli di dirigenza, come il presidente del PD Rosy Bindi?

Rosy Bindi può fare e potrà fare benissimo politica senza sedere in Parlamento: il suo apporto sarà egualmente importante, ma dopo il tempo trascorso a Roma è bene che altri siedano al posto suo: ad esempio tanti bravi amministratori locali che hanno a che fare tutti i giorni con i problemi veri del territorio. Badi bene, però, le primarie non risolvono i problemi politici: sono uno strumento per selezionare una miglior classe dirigente e non un mezzo per risolvere le questioni interne.

Se dovesse buttare giù dalla torre uno tra Renzi, Bersani e Civati, chi sceglierebbe?

Essendo tutti e tre del Partito Democratico, non butterei nessuno dei tre. Se devo scegliere, però, dico che le mie posizioni sono a metà tra quelle di Bersani e quelle di Civati.

Come pensa che dovrebbe agire il PD per convincere gli astenuti? Indirettamente, quindi, la domanda è: come pensa di arginare l’ascesa di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle?

Le nostre parole-chiave devono essere: sobrietà e rinnovamento. Quando parlo di rinnovamento voglio essere chiaro: dovremmo inserire il limite di 2 mandati, come quello da Sindaco o Presidente di Provincia. Si sta andando nella direzione giusta con l’approvazione del limite a tre, però si può fare ancora meglio. Per sobrietà, invece, intendo un atteggiamento rispettoso verso i cittadini. Dopo la mia elezione, ho eliminato l’auto blu per poter andare liberamente in ufficio con la mia Fiat Multipla a metano. All’inizio mi prendevano in giro, perché dicevano che il mio era un atteggiamento demagogico, invece ora si sono accorti che è solamente un segno di rispetto e sobrietà verso i cittadini che compiono sforzi incredibili per arrivare a fine mese. In questo modo potremo sconfiggere la minaccia di Grillo, di cui tra l’altro ho una opinione pessima perché ripropone in modo rozzo e aggressivo l’idea di un partito personale e padronale.

 

Dario Romano

Classe 1986, laurea magistrale in International Economics and Business conseguita all'UNIVPM. Dopo un mandato da consigliere, attualmente è Presidente del Consiglio Comunale di Senigallia (Ancona). Prima e durante ha lavorato a Bruxelles presso le istituzioni europee. Nel 2016-2017 è stato selezionato tra i migliori amministratori under 35 d'Italia.

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