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Iran, la vittoria di Khamenei

In Iran la settimana scorsa si è votato. Già questa per molti è una notizia: l’immagine che l’Iran ha in Occidente è quello di un Paese oppressivo sia ideologicamente e religiosamente che politicamente, di un fondamentalismo che non può non unirsi a una dittatura totalitaria.

In realtà all’interno del recinto rivoluzionario islamico, fin dall’inizio (dal 1979) le elezioni ci sono state, rappresentando una novità rispetto alla dura dittatura dello scià. Tanto che a un certo punto negli anni ’90 ottennero la maggioranza i riformisti di Khatami, favorevoli a una apertura sia in economia, sia timidamente sulla disciplina religiosa, sia soprattutto in politica estera con una frenata significativa sulla contrapposizione con gli USA. Poi nel 2005 vinse le elezioni presidenziali Ahmadinejad, grazie a vari fattori: il clima avvelenato in Medio Oriente in seguito all’11 settembre e alla guerra in Irak, l’insoddisfazione per la vecchia politica rappresentata da Rasfanjani; l’appeal populista che Ahmadinejad aveva, oltre che sui religiosi più conservatori, anche verso i più poveri, diseredati, la lobby dei mercanti dei bazar.

Nel corso di questi anni vi è stato un fortissimo scontro tra riformisti eredi di Khatami, guidati dalle classi urbane più istruite, giovani e liberali, e i conservatori vicini al presidente. I riformisti sembrano essere stati sconfitti, soprattutto dopo le ultime elezioni presidenziali del 2009 quando Ahmadinejad è stato trionfalmente rieletto tra accuse di intimidazioni verso i riformisti, boicottaggio di questi ultimi, accuse di manipolazioni dei dati. Il suo avversario è stato anche incarcerato insieme ad altri militanti.

Ora i riformisti sono indeboliti, dispersi, e si dividono tra chi partecipa alle elezioni consapevole di perderle e chi le boicotta denunciando la situazione di autoritarismo. Non a caso in queste elezioni a fronte di una affluenza media del 64% (valore comunque contestato da più parti) a Teheran l’affluenza sarebbe stata solo del 48%. La capitale è infatti stata il centro stesso delle proteste del 2009, essendo la città con la popolazione più istruita e con aspirazioni cosmopolite. Tuttavia l’Iran è un Paese enorme e Teheran rappresenta meno del 10% della sua popolazione: nel resto del Paese i conservatori hanno più peso, fatta eccezione per zone popolate da minoranze come il nord-ovest azerbaigiano e il sud-est, e certo non è così scontato che persone colte e dal voto consapevole allignino solo tra i riformisti.

In queste elezioni era quindi scontata la vittoria dei conservatori. L’oggetto del contendere era l’equilibrio interno di questo fronte, tra la fazione vicina al presidente Ahmadinejad, e quella vicina all’Ayatollah, la Guida Suprema Khamenei, che ha molto potere per la Costituzione dello stato islamico iraniano. Ebbene, è stata una vittoria totale per Khamenei e una sconfitta per Ahmadinejad, che si trova a finire il mandato certamente indebolito.

Secondo la legge elettorale iraniana, dei 290 seggi da assegnare 14 sono riservati ai rappresentanti delle minoranze religiose, eletti in 5 distretti elettorali (uno per ogni minoranza: zoroastriana, armena, ebraica, cattolica caldea e assira). Le restanti 202 circoscrizioni eleggono 276 deputati: ogni elettore vota un deputato, appartenente a una lista o indipendente, e sono subito eletti i deputati che superano il 25%. I seggi che a questo punto rimangono vacanti sono decisi al secondo turno, messi in palio con la partecipazione di non più di due candidati per ogni seggio.

Le liste in lizza erano le seguenti:

Il Fronte unito dei Conservatori: ha avuto il 33,7%, guidato da Larjiani, presidente del Parlamento, vicinissimo alla Guida Suprema Khamenei, confermando il risultato precedente.

Il Fronte per la Stabilità della Rivoluzione Islamica: raccoglieva i conservatori oppositori di Ahmadinejad, guidati da un suo ex capo-staff, anch’esso stabile al 16,4%.

Il Partito per il Monoteismo e la Giustizia: partito di fedelissimi di Ahmadinejad, ha subito un forte calo raccogliendo solo il 6,6%.

In tutto i conservatori hanno avuto il 59,7%.

La Voce del Popolo: nuovo partito di conservatori moderati anti-Ahmadinejad, con il 5,7%.

Per i riformisti correvano invece:

La Coalizione Democratica dei Riformisti: principale partito riformista con il 19,5%.

La Coalizione laburista: riformisti di ispirazione socialista, con il 5,3%.

In tutto i riformisti hanno ottenuto il 35,5%.

Rimangono 65 seggi da eleggere al secondo turno. Vediamo sotto in verde gli eletti riformisti, in rosso i conservatori, le minoranza religiose in giallo, gli indipendenti in grigio e i seggi ancora da eleggere in nero:

Gianni Balduzzi

Classe 1979, pavese, consulente e laureato in economia, cattolico-liberale, appassionato di politica ed elezioni, affascinato dalla geografia, dai viaggi per il mondo, da sempre alla ricerca di mappe elettorali e analisi statistiche, ha curato la grande mappa elettorale dell'italia di YouTrend, e scrive di elezioni, statistiche elettorali, economia.

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