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Renzi si gioca tutto sull’affluenza: se cresce, sale il sì

Fioccano i sondaggi sul referendum costituzionale, e per i promotori della riforma non ci sono buone notizie. Ma la campagna è appena all’inizio, e sarà decisivo il ruolo della mobilitazione


Le elezioni amministrative sono ormai alle spalle, ma hanno lasciato il segno: ne sono usciti nettamente indeboliti Matteo Renzi e il Pd, identificati dalla maggioranza degli italiani come i principali sconfitti alle urne. Mentre sembrano aver ricevuto una “spinta” notevole i partiti all’opposizione, a cominciare dal Movimento 5 Stelle, che secondo i sondaggi ha ormai raggiunto (e, secondo alcuni, superato) i dem nelle intenzioni di voto anche al primo turno.

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Ora però si è già aperta un’altra partita, ancora più importante: quella del referendum costituzionale. Non si conosce ancora la data precisa della consultazione, ma i fronti del Sì e del No sono già in movimento. La scorsa settimana i promotori della riforma hanno depositato le firme per chiedere il referendum, superando la soglia delle 500mila necessarie, operazione che non è riuscita ai comitati per il No. Quasi una formalità, visto che per chiedere il referendum è sufficiente anche la richiesta di un quinto dei parlamentari.

Nelle ultime settimane hanno cominciato a moltiplicarsi i sondaggi sul referendum costituzionale, analizzarli ci racconta i prossimi mesi di mobilitazione. Innanzitutto, quanta gente andrà a votare? Attualmente, le stime oscillano dal 47% – registrato a inizio giugno da Index – al 72% rilevato da Ixè, poche settimane dopo. Ma la quota di astenuti dichiarati non è mai andata oltre il 42% registrato da EMG. Dunque, è facile immaginare che alla fine molti indecisi andranno a votare e che ci sarà un’affluenza ben superiore al 50%. Ma nei referendum confermativi non è richiesto un quorum: allora perché l’affluenza è importante? Lo spiega una recente indagine Demos, secondo cui le intenzioni di voto variano a seconda della certezza di recarsi alle urne: il Sì sarebbe avanti di soli 3 punti (38% a 35%) contando solo quelli sicuri di votare, vantaggio che cresce di molto (37% a 30%) se si considera invece la totalità degli intervistati. Quindi, più persone andranno a votare maggiori saranno le probabilità che prevalga il Sì.

Per il momento, però, le cose non vanno in questa direzione: oltre a Demos, solo Ipsos registra un – leggero – vantaggio del Sì (51% a 49%), mentre altri istituti come EMG, Euromedia e Ixè danno avanti il No. Peraltro, gli stessi sondaggisti segnalano che nelle ultime settimane la tendenza si è invertita a favore del No, probabilmente in conseguenza della personalizzazione del referendum da parte di Renzi e al conseguente compattamento delle opposizioni (da destra a sinistra passando per il M5S) contro la riforma.

Ma chi sono i favorevoli e i contrari, e perché lo sono? Si è detto della personalizzazione del quesito, che potrebbe essere letto come un “Renzi sì/Renzi no”. Su questo, le rilevazioni sono univoche: se per Ixè prevalgono gli elettori che voteranno guardando ai contenuti (il 46%), per Ipsos ben il 53% vede il referendum principalmente come un giudizio sul premier. Che le motivazioni siano un fattore estremamente rilevante viene fuori anche incrociando le intenzioni di voto al referendum con quelle ai partiti, o con i giudizi su Renzi. Vista la personalizzazione, non sorprende che i favorevoli alla riforma siano il 53% tra chi esprime una valutazione positiva, contro il 27% registrato tra chi invece ne dà un giudizio negativo (dati Demos). Allo stesso modo, gli elettori dei partiti che hanno approvato la riforma sono relativamente più propensi a votare Sì rispetto agli altri: Demos rileva il 62% di chi vota Pd e il 66% di chi sceglie i partiti di centro al governo. Ma voterebbero a favore della riforma anche il 42% degli elettori di Forza Italia e 3 elettori del M5S su 10. I più critici verso le modifiche costituzionali sarebbero gli elettori di sinistra e della Lega. Dinamiche confermate anche dal più recente sondaggio Ipsos pubblicato sul Corriere.

Numeri alla mano, la strada dei prossimi mesi appare tracciata: ai promotori del Sì conviene “spersonalizzare” il referendum, puntando a convincere anche gli elettori meno interessati a votare per il contenuto della riforma; viceversa, i sostenitori del No dovranno puntare sull’impopolarità di Renzi e del governo, compattando l’ampio (e variegato) fronte del No.


Articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 luglio a cura di Salvatore Borghese

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