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Vaccino Coronavirus: le simulazioni del New York Times

Il New York Times ha provato a ipotizzare come i tempi necessari allo sviluppo di un vaccino contro il Coronavirus potrebbero essere ridotti, in modo da poterlo commercializzare entro febbraio 2021.

Gli scienziati che circondano il presidente americano Donald Trump, come molti altri in giro per il mondo, stimano che per ottenere un vaccino contro il Coronavirus sarà necessario attendere almeno 12-18 mesi. Il New York Times ha dunque elaborato una serie di simulazioni utili a capire quali siano le condizioni necessarie perché ciò sia possibile.

Il record di velocità per lo sviluppo di un vaccino fino ad ora registrato è stato di 4 anni, ma si tratta, per l’appunto, di un record. Se gli attori coinvolti in questa operazione dovessero seguire le tempistiche tipicamente richieste dalle fasi di ricerca accademica, quelle pre-cliniche, di sperimentazione, di costruzione delle fabbriche, di produzione, di approvazione e di distribuzione (tutte riprodotte in grigio nel grafico qui sotto) il vaccino per il Covid-19 arriverebbe nel maggio del 2036.

Vaccino Coronavirus New York Times

Ottenere entro febbraio 2021 un vaccino sperimentato e commercializzabile non è dunque impresa semplice. Sarebbe necessario contrarre il più possibile la durata di queste fasi, magari saltandone addirittura qualcuna. L’articolo del New York Times prova a comprendere su quali fasi si potrebbe intervenire, e quanto sarebbe il tempo risparmiato:

  • Fase di ricerca accademica: passare direttamente alla fase pre-clinica, senza attendere ulteriori ricerche accademiche, permetterebbe di risparmiare 21 mesi.
  • Fase pre-clinica: iniziare le sperimentazioni in anticipo, confidando in ciò che la scienza conosce dagli studi della SARS e della MERS, permetterebbe di risparmiare 28 mesi.

Il grafico successivo si riferisce a come cambierebbe la timeline del vaccino se questi due punti fossero attuati insieme, permettendo di risparmiare 49 mesi:

Vaccino Coronavirus NYT 1

  • Fasi di sperimentazione 1, 2 e 3: normalmente, queste fasi sono successive l’una all’altra. Avviare, per quanto possibile, i passaggi successivi prima del completamento delle fasi precedenti permetterebbe di risparmiare 34 mesi.
  • Fasi di sperimentazione 1, 2 e 3: un’ulteriore riduzione di 26 mesi si potrebbe ottenere combinando insieme le tre fasi, dedicando cioè il minor tempo possibile alla fase 1 e 2, per concentrarsi sulla 3 (quella dedicata ai test su larga scala).
  • Prime somministrazioni “di emergenza”: altri 16 mesi sarebbero risparmiati nel caso le prime fasi di sperimentazione ottenessero successi e le autorità permettessero di utilizzare forniture di emergenza per vaccinare i lavoratori dei settori indispensabili prima di tutti gli altri.

Il grafico qui sotto simula l’applicazione di tutte le misure fino ad ora elencate, mostrando che in questo caso il vaccino potrebbe essere disponibile a febbraio 2028.

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  • Fase di produzione: costruire le fabbriche in anticipo prevedendo che le stesse saranno utili alla produzione di un vaccino, e che l’importanza del prodotto stesso farà in modo di eliminare gli ostacoli normativi normalmente di ostacolo ai processi di produzione. Mettere in atto questo processo permetterebbe di risparmiare ben 68 mesi.
  • Fase di produzione: sperare che un vaccino di tipo mRNA abbia successo; questa recente tecnologia sperimentale potrebbe essere più veloce da produrre rispetto ai vaccini tradizionali (-16 mesi).

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  • Fase di approvazione: ridurre la finestra di approvazione da parte delle autorità sanitarie da un anno a sei mesi (nel caso dell’americana FDA sarebbero risparmiati 16 mesi).

Solo nel caso in cui tutte queste misure riuscissero ad essere messe in pratica il vaccino arriverebbe a febbraio 2021, come previsto dai virologi più speranzosi. Per un’analisi più approfondita e ulteriori rappresentazioni grafiche, rimandiamo all’articolo completo del New York Times.

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Gianluca De Feo

Trentino, grande appassionato di politica americana ed europea. Vive in Italia ma studia politica e storia del Nord America alla Freie Universität Berlin.

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