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La generazione Z: qual è lo stile di vita dei giovanissimi?

Un report di Ipsos MORI sulla generazione Z mette in evidenza differenze e somiglianze con millennials e boomers, con qualche sorpresa

Ipsos Mori ha dedicato uno studio alla generazione Z, cioè ai giovani nati tra il 1996 e il 2010, che oggi hanno fra i 9 e i 23 anni. È la generazione che succede ai millennials, cioè ai nati tra i primi anni ’80 e la fine degli anni ’90. Andando a ritroso, le altre generazioni messe a confronto sono la generazione X (nati tra la metà degli anni ’60 e il 1980), i baby boomers nati nel secondo dopoguerra e infine coloro che sono nati prima del secondo conflitto mondiale.

Lo studio, intitolato “Beyond Binary: new insights into the next generation” raccoglie una varietà di fonti, sondaggi e dati di origine diversa, ed è per questo molto interessante nel fornire un’immagine sfaccettata della generazione emergente.

La partecipazione si sposta verso il volontariato?

La generazione Z nelle risposte confermerebbe la tendenza dei più giovani nell’essere meno propensi a votare, come avevamo già visto per i millennials. Nello studio Young People’s Omnibus 2018, il 71% dei ragazzi tra i 14 e i 16 anni nel Regno Unito risponde che è probabile che andrà a votare una volta adulto: si tratta di una percentuale molto vicina al 72% dei millennials alla stessa età. Un fatto importante nella propensione al voto è l’ambiente familiare: l’82% dei bambini i cui genitori votano sempre o spesso è a sua volta probabile che voti, contro il 55% di chi ha i genitori che votano ogni tanto e il 29% di chi ha genitori che votano raramente o mai. Sale leggermente, al 17%, la quota di giovani che prende in considerazione uno specifico partito politico; nel 2005, fra i millennials, era ferma all’11%.

Generazione Z – La propensione ad iscriversi a un partito sale rispetto ai millennials

Nonostante una parte maggioritaria della generazione Z non voti ancora, ciò che emerge dall’Eurobarometro del 2017 è che (ancor più di quanto visto fra i millennials) in molti Paesi il numero dei giovanissimi che si identificano come “di sinistra” supera quelli “di destra”, con l’unica eccezione della Polonia. In Italia è il 28% a dirsi di sinistra mentre la destra non va oltre il 5%. Se in Italia il gap sinistra-destra è simile a quello che si osserva nel Regno Unito, il divario più ampio si registra in Spagna (41% sinistra, 7% destra). Il record di giovani che hanno un’identificazione politica, invece, va alla Svezia, dove ben il 65% si definisce di sinistra (48%) oppure di destra (17%).

Generazione Z – I giovanissimi si identificano di più come “di sinistra”

La spaccatura generazionale viene confermata anche dalle intenzioni di voto in Regno Unito raccolte da Ipsos Mori, che vede una maggioranza relativa di giovani della generazione Z e di millennials dare il proprio consenso al Labour (intorno al 40%. Tale percentuale scende al 30% nella generazione X (quella nata tra gli anni ’60 e ’80, cioè tra i boomers e i millennials), al 24% nei boomers e al 17% tra i nati prima della Seconda Guerra Mondiale. La situazione si ribalta completamente per i Conservatori, che verrebbero votati solo dal 17% tra adolescenti e giovani adulti.

Generazione Z – Il voto per il Labour è sempre più polarizzato fra le generazioni

La generazione Z mostra una maggiore inclinazione ad utilizzare le piazze, non solo quelle virtuali partecipando a discussioni sui social (il 30% è propenso a farlo), e a firmare petizioni di persona o online (53%). Forse anche per la grande mobilitazione di giovani e giovanissimi contro il cambiamento climatico, sulle proteste di piazza si registra una differenza significativa rispetto ai millennials. Infatti, se i nati fino al 1995 sono piuttosto ostili a partecipare a proteste pacifiche (il 63% non lo farebbe), fra i più giovani la percentuale scende al 54%. Percepita come sempre più distante è invece la classe politica: solo il 15% invece contatterebbe un membro del Parlamento, con un calo di 10 punti rispetto ai millennials.

Si tratta tutt’altro che di una generazione cinica ed egoista, comunque. Quasi la metà (46%) dei ragazzi britannici fra i 14 e i 16 anni dichiara di aver dedicato del tempo gratuitamente per aiutare persone nella propria comunità rispetto al 30% dei loro coetanei millennials nel 2005. Poco meno di un terzo (29%) è attivo in un’organizzazione, il triplo rispetto a 15 anni fa. Infine, oltre un quarto (26%) evita alcuni prodotti per motivi etici o ambientali, mostrando una maggiore propensione al consumo critico: fra i millennials tale percentuale era il 19%. Insomma, si nota un generale cambiamento nei metodi di partecipazione alla vita pubblica, con un maggiore impegno nel volontariato e nel consumo consapevole.

La dieta mediatica

Senza grosse sorprese, la generazione Z è quella più connessa di tutte a internet: a livello mondiale, il 71% dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha una presenza online, a differenza del resto della popolazione ferma al 48%. Secondo una rilevazione di Ofcom fatta su 1500 britannici, i giovani fino a 24 anni spendono circa 9 ore al giorno su un media, di cui più di 4 in multitasking (per esempio, messaggiare davanti alla televisione). È soprattutto quest’ultimo dato che desta impressione: fra i millennials le cifre parlano di 8 ore e mezza connessi, ma solo 2 ore in multitasking.

Come viene speso il tempo online? La generazione Z primeggia rispetto alle altre con il 32% del tempo connesso speso nella comunicazione online (social network inclusi). Subito dopo viene la fruizione di contenuti video (29%) e testuali (16%), ascoltare musica al 15% e infine giocare all’8%.

Generazione Z – Il boom della comunicazione online

L’incremento dell’offerta di film e telefilm, on demand e sulle piattaforme online come Netflix, contende l’attenzione alla televisione. Quest’ultima, passando dai millennials alla generazione Z, segna un calo di consumo di un’ora, attestandosi a 114 minuti medi al giorno. Sempre secondo Ofcom la televisione continua comunque ad essere la prima fonte di consumo di contenuti video (36%), seguita da contenuti on-demand gratuiti e a pagamento (13% e 20% rispettivamente).

Uno scenario molto simile riguarda anche l’ascolto della radio: la porzione di tempo di ascolto dedicata alle stazioni radio nella generazione Z è la metà rispetto ai millennials e un terzo rispetto agli over 45 in Gran Bretagna. A contendere loro il posto ci sono lo streaming di musica, le radio digitali e i video musicali.

La fruizione di notizie, a prescindere dal formato utilizzato, mostra differenze moderate fra tutte le generazioni di lettori nate dopo la Guerra. Infatti, secondo le osservazioni di PAMco fatte su un campione di oltre 34 mila adulti, il 90% delle persone acquista un giornale o visita un sito di notizie almeno una volta al mese. Le news su internet raggiungono l’82% delle persone nella generazione Z, ma anche il 62% dei baby boomers utilizza fonti online (in netta crescita). Le proporzioni si invertono quando passiamo alla carta stampata: se fra i baby boomers il 79% acquista un giornale cartaceo almeno mensilmente, per i giovanissimi tale percentuale è poco superiore alla metà (54%).

Generazione Z – I media cartacei sono meno diffusi che nelle altre generazioni

Nel 2007 la metà dei millennials aveva un profilo sui social network. Nel 2011 la percentuale era cresciuta al 90% e la stessa proporzione la si trova oggi nella generazione Z. Ciò che sta cambiando è la distribuzione degli iscritti alle varie piattaforme. Facebook non è più il dominatore incontrastato del panorama dei social: se nello studio Ipsos Tech Tracker per il 60% della generazione Z il social fondato da Mark Zuckerberg rimane il principale, crescono molto rispetto ai millennials le percentuali di coloro che utilizzano Instagram e Snapchat, rispettivamente al 48% e al 50%.

Generazione Z – Snapchat e Instagram vicine al sorpasso

La crisi e il pessimismo

La delicata situazione economica e la stagnazione dei redditi sono inevitabilmente il fattore principale che incide sulle aspettative dei nuovi adulti. Da una rilevazione Ipsos, la generazione Z rimane comunque la meno pessimista: alla domanda “pensi che i giovani avranno una vita migliore o peggiore rispetto ai millennials?” il 41% ha risposto peggiore e solo il 25% migliore. La crisi economica è lo spartiacque: nel 2003 il 43% degli inglesi pensava che le condizioni di vita dei loro figli sarebbero state migliori delle loro, il 12% peggiori; nel 2017 entrambe le parti si fermano al 21%, con gli ottimisti dimezzati e gli sfiduciati quasi raddoppiati.

Dai dati dell’Ipsos Global Trends Survey le risposte, comunque, cambiano molto da Stato a Stato: nei Paesi emergenti l’ottimismo predomina. In testa ci sono i cinesi, il 78% dei quali pensa che i giovani d’oggi avranno un futuro migliore dei propri genitori. Invece in Italia questa percentuale si ferma al 34%, mentre praticamente la metà (48%) è pessimista. Restiamo tuttavia tra le nazioni con più “ottimisti” in Europa dietro alla Polonia (42%) e molto più della Francia, ultima (10%).

Generazione Z – I paesi occidentali sono pessimisti sul futuro dei giovani

In questo clima, circa i due terzi sia dei millennials che della generazione Z dichiarano di sentire molta pressione nel fare successo e guadagnare denaro. Ma non per un’inclinazione materialista e consumista, che viene – almeno parzialmente – smentita dai dati. Infatti, appena un terzo degli appartenenti alla generazione Z considera il possesso di alcuni beni un buon indicatore della situazione economica; il marchio conta per il 35% dei rispondenti e meno della metà prova piacere nell’acquistare oggetti. Per di più, parliamo di un trend discendente rispetto ai millennials.

Verso un’identità liquida?

Un altro cambiamento significativo nella generazione Z è relativo agli orientamenti sessuali e all’identità di genere. Sono infatti le generazioni più giovani, millennials e generazione Z, ad esprimere la più vasta accettazione delle relazioni gay tra adulti, con una percentuale che va oltre il 70% negli Stati Uniti, come registrato da Ipsos Mori.

Si tratta di un effetto portato avanti non solo dalle nuove leve, ma proprio da un cambiamento culturale che coinvolge molte fasce della popolazione. Per esempio, nel Regno Unito nel 1995 solo il 22% degli adulti tendeva ad approvare le relazioni omosessuali, mentre nel 2015 sono i due terzi. I risultati, comunque, cambiano da Stato a Stato: se nei Paesi occidentali i rapporti tra persone dello stesso sesso sono accettati dall’82% dei giovanissimi e dei giovani adulti e da oltre il 75% delle altre generazioni nate dopo la Seconda Guerra Mondiale, nei Paesi emergenti esaminati questa percentuale scende di oltre 10 punti percentuali, con la generazione Z in testa ma ferma al 69%.

Generazione Z – L’accettazione delle relazioni omosessuali

Per quanto riguarda il proprio orientamento sessuale, in Gran Bretagna solo il 66% dei giovani tra i 16 e i 22 si descrive come completamente eterosessuale, una differenza significativa rispetto al 71% dei millennials e ancora di più alla generazione X (85%) e ai baby boomers (88%). Come se non bastasse, i tre quinti dei teenagers inglesi pensano che la sessualità si possa rappresentare meglio su un intervallo piuttosto che in specifiche categorie.

Una tendenza a cui molti brand dovranno adattarsi riguarda, infine, la minore inclinazione ad acquistare prodotti che rispecchino l’identità di genere. Infatti, la generazione Z rispetto alle precedenti esprime molto meno interesse ad acquistare capi d’abbigliamento e cosmetici specifici per il proprio genere: se il 57% dei millennials dichiara di acquistare sempre scarpe specifiche per il proprio genere anziché prodotti gender-neutral, tale percentuale scende al 39% per la generazione Z. Lo stesso vale per vestiti, deodoranti, profumi e capi sportivi.

Conclusioni

Nella generazione Z, come per i millennials, si vedono gli effetti della crisi economica che mina la fiducia verso il futuro. Questo potrebbe spiegare parzialmente una maggiore identificazione con la sinistra, tradizionalmente più vicina a temi come la giustizia sociale. Una delle caratteristiche principali che questa generazione porta con sé è in ogni caso l’affermazione sempre maggiore di una propria identità fluida, fuori da schemi preconfezionati. Lo si vede per quanto riguarda l’orientamento sessuale e l’identità di genere, ma anche nella richiesta sempre maggiore di contenuti video e musicali su richiesta. Si tratta di un aspetto che potrebbe influire notevolmente su diversi ambiti, dai consumi alla politica.

Alessandro Ghiberti

M.Sc. in Scienze Politiche. Giornalista pubblicista. Mi piace analizzare i fenomeni politici e sociali e vorrei farne una professione. Nel tempo cerco di andare in montagna o in posti dove non c'è segnale.

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