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Appunti dalla campagna elettorale UK

Siamo oramai giunti al termine di una campagna elettorale lunghissima. Da più di un anno, Jim Messina lavora per organizzare al meglio i volontari a sostegno di David Cameron, mentre Ed Miliband non ha atteso molto per assumere un altro consulente obamiano, lo stratega David Axelrod.

Questa notte, finalmente, sapremo se gli inglesi si ritroveranno un hung parliament, come suggerito dalle ultime rilevazioni, o se, a sorpresa, ci sarà una maggioranza chiara e inequivocabile.

Ha poco senso, ora, lanciarsi in previsioni azzardate. Basterà aspettare poche ore per conoscere i rapporti di forza nel parlamento britannico. Ciò che però possiamo fare è concentrarci, a campagna oramai conclusa, sui momenti salienti degli ultimi mesi, dal punto di vista strategico e comunicativo. Sulle decisioni che, quando analizzeremo il voto di oggi, saranno considerate determinanti per l’esito elettorale.

1- È la visione, stupido! Non sono state le “proposte forti” (à la Berlusconi che abolisce l’ICI in diretta televisiva, per intenderci) a concentrare attorno a se stesse le attenzioni in questa campagna elettorale. C’è stato uno scontro frontale tra due visioni diverse per il futuro del Regno Unito. Gli sfidanti, i LibDem, lo Ukip, e tutti gli altri partiti “minori” hanno fortemente sofferto la carenza di una narrazione chiara e netta del Paese, mentre Cameron e Miliband si sono concentrati sulla loro idea di Paese. Il Primo Ministro ha incentrato la propria campagna sull’economia. In questo, è stata palese l’influenza del suo stratega, Jim Messina, già campaign manager per Obama nel 2012, a sua volta influenzato dal leggendario post-it che James Carville lasciò a Bill Clinton prima dei dibattiti del 1992: “It’s the economy, stupid!“. I risultati positivi della cura economica conservatrice, a guardare i numeri, sono evidenti. Aumenta la crescita, aumenta la fiducia, crolla l’inflazione, la disoccupazione è al minimo storico. Il premier chiede la conferma per continuare sulla strada tracciata della crescita economica, per non tornare indietro ai tempi della spesa pubblica laburista, confortato dai sondaggi che evidenziano la sua credibilità nel gestire la crisi economica. Governo stabile, economia forte: Cameron conta di vincere così. Eppure, il primo ministro uscente, forte di risultati economici importanti e di un consenso personale che continua a superare il 50%, non riesce a sfondare, e probabilmente uscirà dal voto di oggi senza la possibilità di formare una maggioranza. Il suo messaggio, infatti, non riesce a coinvolgere e a scaldare le fasce di popolazione in difficoltà economica. Perché è pur vero che i dati economici sono in miglioramento in Gran Bretagna, ma gli stessi dati mostrano un incremento della diseguaglianza sociale e della fascia di cittadini a un passo dalla povertà. Sono loro il target principale della campagna laburista. Il messaggio di Ed Miliband è chiaro, e parla di un Regno Unito più giusto ed equo, che alzi il reddito minimo e protegga il sistema sanitario nazionale, che aiuti i lavoratori e non i ricchi.
Due visioni diverse dello stesso Paese.

2- I dibattiti contano, ma non fanno la differenza. Hanno pesato positivamente per Miliband, che grazie ai confronti in tv ha aumentato la propria credibilità e popolarità, e per Nicola Sturgeon, leader del Snp che dopo una buona performance nel primo dibattito è cresciuta nei sondaggi scozzesi e ha dominato l’agenda dei media. Cinque anni fa, furono proprio i dibattiti a favorire l’exploit di Nick Clegg, quest’anno rimasto ai margini non solo della campagna elettorale nel suo complesso, ma anche degli scontri televisivi in cui un tempo eccelleva. Tuttavia, l’importanza dei dibattiti fino ad ora non è stata decisiva. Hanno aiutato la Sturgeon ad ampliare e rafforzare il suo momentum, senza però modificare sensibilmente i rapporti di forza. E hanno aiutato Ed Miliband ad aumentare la propria credibilità come leader, senza dargli la spinta necessaria per staccare Cameron.

3- Vince chi vota. Il margine che separerà Cameron da Miliband nei sondaggi dipenderà soprattutto dai collegi marginali, che si decideranno con poche centinaia di voti. La differenza, in quelle zone, la farà la mobilitazione. Vedremo se i tantissimi giovani volontari del Labour che continueranno a lavorare nei collegi incerti faranno la differenza, o se prevarrà l’organizzazione ferrea imposta da Messina ai Conservatori.

4- Nel Regno Unito, non vince solo il leader. Lo dicono i dati: se si dovesse scegliere il primo ministro, Cameron staccherebbe Miliband di 20 punti. Negli stessi sondaggi, invece, Labour e Tories rimangono appaiati. Il candidato laburista ha ridotto notevolmente il gap sulla fiducia e la competenza economica percepita dai cittadini, ma rimane ancora molto indietro, nonostante il sostanziale pareggio tra i partiti. Cameron ha provato, invano, di impostare la sfida sul piano personale. C’è da aggiungere che non ci ha provato fino in fondo, visto che, quando possibile, ha evitato i dibattiti. La credibilità del Labour sui temi della diseguaglianza e della lotta alla povertà, unita al recupero di fiducia da parte di Miliband, hanno portato alla pari gli schieramenti secondo le ultime rilevazioni.

5- Obama contro Obama. Gli strateghi americani vanno ancora di moda nel Regno Unito. Anzi, fanno tendenza più che mai. Già in passato, alcuni guru d’oltreoceano avevano lavorato alle campagne elettorali britanniche. Non si era ancora arrivati però allo scontro tra due colleghi americani. Nel 2012, a capo della campagna di Obama c’erano il campaign manager, Jim Messina, e il campaign strategist, David Axelrod. Oggi, i due spin doctor sono al lavoro nei due partiti rivali. Se l’assunzione di Axelrod non ha stupito molto, il ruolo che David Cameron ha dato a Messina ha invece colpito molti, soprattutto negli Stati Uniti, dove i consulenti sono soliti lavorare per una sola parte politica. Entrambi, hanno lavorato fortemente sul messaggio, e sulle strategie di mobilitazione. È la prima volta che si affrontano. Non ci è dato sapere quanto abbiano inciso realmente, ma non c’è dubbio che dietro la narrazione economica di Cameron si veda la mano di Messina, e viceversa si veda la mano di Axelrod nel messaggio di inclusione sociale di Miliband.

Giovanni Diamanti

Classe 1989, consulente e stratega politico. Co-fondatore e amministratore di Quorum, ha lavorato ad alcune tra le più importanti campagne italiane, tra cui quelle di Debora Serracchiani, Pippo Civati, Vincenzo De Luca, Pierfrancesco Majorino, Beppe Sala. In realtà è un ragazzo timido che ama guardarsi la punta delle scarpe. Uomo dalla testa veloce, ha idee (confuse) in ordine sparso - così come i capelli.

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