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In Pakistan vince la Lega Musulmana

La Lega Musulmana del Pakistan (PML-N), guidata dal suo leader di lungo corso Nawaz Sharif, è tornata a essere il primo partito nell’Assemblea Nazionale. Le elezioni in Pakistan dell’11 Maggio scorso, con oltre il 60% di affluenza, sono le più partecipate da quando c’è stata la separazione dal Bangladesh. I risultati non sono ancora definitivi, in 10 circoscrizioni sono le elezioni sono state rinviate o invalidate e devono ancora essere assegnati i seggi riservati a donne e minoranze etniche. Nonostante questo il risultato è netto: la PML-N conquista 125 dei 272 seggi già assegnati. Per il partito conservatore musulmano si profila quindi una maggioranza relativa che obbligherà ad alleanze per gestire il governo. Sharif per ora non sembra rassegnato a confermare il governissimo col Partito Popolare Pakistano (PPP) e ha formato delle commissioni di trattativa con gli eletti indipendenti e dei partiti minori, elargendo in cambio del sostegno al governo la presidenza dell’Assemblea e delle commissioni parlamentari.

Al governo per l’ultima volta dopo aver vinto le elezioni del 1997, la PML-N si è distinta per una pesante opera di privatizzazioni e soprattutto per la Guerra Indo-Pakistana del 1999 per il controllo del Kashmir, conclusasi con il colpo di stato che ha portato al governo militare di Musharraf. Tuttora la Lega mantiene le sue posizioni conservatrici in materia economica e di rivendicazione della sovranità sull’intero Kashmir. Quest’ultimo argomento s’intreccia con la presenza di formazioni militari islamiste nei territori contesi con l’India, fautrice della mano pesante con i jihadisti kashmiri; la Lega è invece molto più tiepida rispetto alla partecipazione al conflitto afghano al fianco degli Stati Uniti.

La sconfitta della dinastia Bhutto

Il Partito Popolare esce pesantemente sconfitto da queste elezioni: dai 124 seggi vinti nel 2008, scende ad appena 31 seggi, e non vi sono speranze che i seggi ancora da assegnare possano migliorare la posizione parlamentare del Partito.

La sconfitta del PPP è anche una sconfitta per la dinastia dei Bhutto, una delle famiglie più influenti del Pakistan, con un ruolo paragonabile a quello dei Nehru-Gandhi in India. A guidare il Partito è stato, infatti, Bilawal Bhutto Zardari, figlio dell’attuale Presidente Asif Ali Zardari e di Benazir Bhutto, già primo ministro e uccisa nel 2007 durante un sanguinoso attentato insieme ad altre ventitré persone, e nipote di Zulfikar Ali Bhutto, a sua volta primo ministro e presidente del Partito fino alla sua esecuzione nel 1979.

Durante l’ultimo quinquennio di governo il Partito Popolare ha continuato le politiche di privatizzazione avviate dalla Lega negli anni ’90; sul piano della politica estera ha raffreddato le relazioni con gli Stati Uniti (anche a causa dei sempre più pesanti sconfinamenti del conflitto afghano in territorio pakistano) e ha provato a costruire relazioni più strette con Russia e Cina. Il percorso di governo è stato molto travagliato, tanto che il Primo Ministro Yousaf Raza Gillani è stato destituito nel 2012 dal suo ruolo di parlamentare dalla Corte Suprema in seguito a una condanna per disobbedienza agli ordini di un tribunale.

Il terzo incomodo

Ad aver causato il tracollo del Partito Popolare, più che l’aumento dei consensi alla Lega, è stata la crescita del Movimento Pakistano per la Giustizia (PTI), guidato dall’ex campione di cricket Imran Khan. Economicamente centrista e moderatamente nazionalista, il Movimento si caratterizza soprattutto per la spinta anti corruzione, e ha trovato nel clima di scandali che ha caratterizzato l’ultimo governo Popolare l’humus ideale in cui crescere. Inoltre, il PTI è riuscito a capitalizzare lo scontento dell’elettorato tradizionale dei popolari in seguito all’abbandono da parte del PPP delle politiche di stato sociale. Khan ha elaborato una proposta che mescola il rifiuto degli aiuti internazionali, l’attuazione da parte dello stato dei principi di assistenza previsti dall’Islam e l’integrazione in questo sistema di tutta la popolazione, anche dei non musulmani. Con questa proposta il PTI ha conquistato ventisette seggi, poco meno dello storico PPP e si è imposto per la prima volta come partito di rilevanza nazionale.

Geografia elettorale

La grande maggioranza dei seggi vinti dalla Lega sono nel Punjab, la regione al confine con l’India che con i suoi 73 milioni di abitanti rappresenta più di metà della popolazione e la cui capitale Lahore (oltre di 11 milioni di abitanti) è la seconda città più popolosa del Pakistan. Delle dieci circoscrizioni della città di Lahore, una è stata vinta dal PTI, che ottiene buoni risultati anche nella città di Rawalpindi (3 milioni di abitanti) e nelle zone del confine afghano a nord del paese, una distribuzione geografica del voto che smentisce la lettura del movimento “giustizialista” come puramente urbano. Insieme al PTI, le circoscrizioni al confine afghano hanno premiato molti indipendenti e l’Assemblea del Clero Islamico, la forza politica che più di ogni altra spinge per l’applicazione della Shar’ia.

L’unica roccaforte del Partito Popolare è rimasta la provincia meridionale del Sindh, con i suoi trentacinque milioni di abitanti; ma non con la sua capitale Karachi, che da sola conta tredici milioni di abitanti e risulta la città più popolosa del paese nonché il porto principale e in generale la città più dinamica economicamente e finanziariamente. Il voto a Karachi ha premiato i liberali del Movimento Unitario Nazionale, che ottengono eletti solo nella città, con diciotto seggi su diciannove, lasciandone uno solo ai Popolari.

Il Pakistan non è un paese pacificato: al confine con l’India continuano le tensioni per il controllo del Kashmir, il confine con l’Afghanistan non conosce un vero controllo statale e tutte le forze in gioco nel conflitto afghano debordano regolarmente. L’islamismo violento attraversa tutti questi conflitti e durante la campagna ci sono stati più di cento morti in vari attacchi rivolti principalmente ai partiti laici. A vigilare su tutte queste tensioni l’istituzione più solida del paese: l’esercito, che più volte nella storia ha deciso che all’instabilità della democrazia multipartitica fosse preferibile la stabilità del governo militare. Se non ci sarà un intervento dell’esercito, questo sarebbe, nella storia pakistana, il primo cambio di governo ad avvenire solo mediante elezioni democratiche.

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