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Iowa: le primarie più combattute di sempre

Iowa: le primarie più combattute di sempre

I risultati. Mitt Romney, il favorito della vigilia, ha vinto i caucus dell’Iowa di appena 8 voti: 30,015 voti contro i 30,007 del conservatore cattolico Rick Santorum, la vera sorpresa di queste primarie. Finisce dunque 24,6% a 24,5% uno dei confronti elettorali più serrati della storia degli Stati Uniti.

Al terzo posto, distanziato di poco meno di quattromila preferenze, è il libertario Ron Paul, che si ferma al 21,4% con 26,219 voti.

Nella seconda metà della classifica Newt Gingrich, che pareva inarrestabile soltanto qualche settimana fa, deve accontentarsi di 16,251 voti – il 13,3% -, mentre peggio va il governatore del Texas Rick Perry, con 12,604 voti e il 10,3%. Chiude la graduatoria la candidata più vicina al Tea Party, Michele Bachmann: appena 6,073 preferenze e il 5,0%.

Un testa a testa incredibile. Già dai primi minuti dello spoglio, iniziato intorno alle 3 del mattino in Italia – le 20 in Iowa -, si era capito che si stava profilando un risultato molto ravvicinato: dapprima fra Paul, Santorum e Romney, quindi tra questi ultimi due, che si sono costantemente avvicendati in testa con margini irrisori – sempre inferiori ai 200 voti, un’inezia sui 120,000 voti complessivi.

Nel 2008 Obama vinse un piccolo caucus per 7 voti, ma su 5,000. Romney ha vinto di 8 voti su 120,000

I caucus repubblicani del 2012 entrano così nella storia come le primarie più incerte di sempre nel campo del GOP, scalzando le elezioni del South Dakota del 1936 che furono vinte da Alf Landon per ben (si fa per dire) 257 voti. In termini assoluti, spetta invece a Obama nel 2008 la palma di vincitore più di misura della storia: prevalse di appena 7 voti su Hillary Clinton nei caucus del territorio non incorporato del Guam, dove però si presentarono al voto in meno di 5 mila.

I dettagli. Gli entrance poll condotti da Edison Research per il National Election Pool – un consorzio dei network americani – ci rivelano alcune caratteristiche molto significative.
Vediamo innanzitutto i punti di forza di Santorum: ha vinto fra gli evangelici con il 32%, seguito a lunga distanza da Paul (18) e poi dal trio Romney-Gingrich-Perry (14). Anche i sostenitori del Tea Party, che hanno voltato le spalle a una Michele Bachmann inchiodata a quota 6%, hanno premiato Santorum (29) rispetto a Paul e Romney (19).
Non inaspettatamente, chi si è definito ‘very conservative’ ha appoggiato il very conservative Santorum in percentuali elevate (il 35%), lasciando agli altri non più del 15 per cento.
Infine, pure gli elettori che hanno dichiarato di aver maturato al propria decisione nell’ultimo mese o addirittura nell’ultimo giorno si sono schierati largamente dalla parte dell’ex senatore della Pennsylvania (tra il 28 e il 35%).

Santorum trionfa tra evangelici e conservatori, Romney premiato da moderati e anziani. Paul star tra i giovani

Romney ha invece beneficiato di altri criteri: innanzitutto l’eleggibilità, se è vero che ben il 48% di chi ha detto che la cosa più importante è sconfiggere Obama a novembre ha scelto l’ex governatore del Massachusetts. Romney è inoltre prevalso fra i redditi alti (36%), tra i moderati o i ‘somewhat conservative’ (38 e 32%), tra i votanti più anziani (33%).

E proprio il profilo demografico ci consegna un’indicazione interessante, benché non sorprendente: fra gli under 30 il grande vincitore è Ron Paul, con il 48%. E Paul è davanti anche fra i redditi medio-bassi, gli indipendenti e chi dice che la priorità è il bilancio federale.

Il significato. Margini numerici a parte, sia Romney sia Santorum possono cantare vittoria. Il primo perché nonostante tutto ha vinto uno degli stati per lui più difficili, e può continuare la campagna come favorito in assoluto nel campo repubblicano, beneficiando secondo fonti qualificate dell’endorsement di John McCain, l’ex rivale del 2008, che dovrebbe dargli il suo appoggio in New Hamsphire – anche se questo sicuramente non rafforzerà le sue credenziali di ‘true conservative’ che molti dei caucus-goers hanno dichiarato di ritenere un criterio fondamentale.
Il secondo perché, malgrado gli ultimi sondaggi registrassero una sua ascesa, ha ottenuto un risultato inaspettato, che lo proietta come anti-Romney nella strada verso la nomination.

D’altra parte, se è vero che l’Iowa non fa vincere le primarie ma può farle perdere, ci sono almeno un paio di sconfitti dai risultati di questa notte. Michele Bachmann ad agosto aveva vinto lo straw poll – una sorta di pre-caucus – in questo stato, e si ritrova a chiudere la fila con un misero 5 per cento. Rick Perry, il governatore del Texas che a settembre sembrava inarrestabile, deve accontentarsi del 10 per cento in uno stato rurale e conservatore ed è possibile che a questo punto decida di lasciare la corsa.
Newt Gingrich invece ottiene un risultato modesto ma dignitoso, alle spalle del trio di testa, tanto che probabilmente continuerà a dare battaglia quantomeno in New Hampshire e South Carolina.
Jon Huntsman, l’ex governatore dell’Utah ed ex ambasciatore a Pechino che aveva snobbato le consultazioni nell’Iowa concentrandosi sul New Hampshire, è senza speranze come e peggio di Rudy Giuliani che nel 2008 adottò la stessa tattica.
Ron Paul, che ha ottenuto un risultato senz’altro lusinghiero, esce paradossalmente come grande sconfitto dal testa a testa fra Romney e Santorum: se non ha vinto in Iowa nelle condizioni date, non si capisce dove possa vincere.

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

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