YouTrend
L’islamismo democratico conquista anche l’Egitto

L’islamismo democratico conquista anche l’Egitto

Dopo la Tunisia, anche l’altro Paese del Nord Africa protagonista delle primavere del 2011 ha finalmente cominciato il percorso elettorale verso la democrazia.

L’Egitto ha vissuto più turbolenze della Tunisia, a causa di alcuni fattori importanti come la maggiore frammentarietà della società, con grosse differenze sia sociali che religiose: vi è una minoranza del 10% di cristiani copti, che da una parte hanno partecipato alla cacciata di Mubarak, dall’altra temono l’arrivo al potere degli islamici più fondamentalisti; vi sono grossi contrasti tra l’élite urbana del Cairo e di Alessandria, spesso legata al settore statale e all’esercito, e il grosso sottoproletariato fatto di milioni di giovani disoccupati e le campagne. Inoltre il regime di Mubarak, a differenza di quello di Ben Alì, era molto più interconnesso con la casta militare e statale, e non si basava solo sulla famiglia e pochi sodali, ma era molto più ramificato e dopo la sua caduta (in realtà decisa gattopardescamente dall’esercito per preservare se stesso) sono emersi i problemi di una casta che non ha voluto, se non con grosso ritardo, lasciare il potere e che ha represso con forza anche le proteste più recenti dei giovani di piazza Tahrir. I quali, da parte loro, hanno rappresentato mediaticamente il nuovo Egitto all’estero e sui media ma non nella realtà, e come l’esercito sono solo una piccola parte della società, spesso staccata e non ben consapevole della natura della maggioranza degli egiziani.

Queste elezioni lo confermano. Per fronteggiare la pluralità della società egiziana, la vastità della popolazione, ma anche assicurare governabilità, è stato deciso di votare in tre diversi turni a seconda della regione e con un sistema per un terzo uninominale e per due terzi proporzionale. La parte uninominale prevede tuttavia 2 seggi per ogni collegio, invece di uno, e l’elettore ha due voti a disposizione, per cui il totale può essere 200% e due candidati possono superare il 50%; nel caso che la soglia non sia superata da nessuno o da uno, ci sarà un secondo turno tra i primi 4 candidati. Vi è però anche la clausola per cui i candidati etichettati come “professionisti” non possono essere più della metà, e metà dei seggi devono essere appannaggio di “lavoratori e contadini”, così se un professionista è stato eletto nessun altro può andare al secondo turno e anche in casi due professionisti vincessero quello con meno voti deve lasciare spazio al lavoratore con più voti. Un sistema che potremmo definire corporativo che la dice lunga sulle tensioni anche economiche che attraversano la società egiziana.

Si sono già svolti due turni che hanno mostrato come le previsioni di vittoria degli islamisti fossero in realtà sottostimate, ma vediamo quali sono le principali forze che sono scese in campo con la nascita, faticosa, della democrazia:

Libertà e giustizia: sono i Fratelli Musulmani, finalmente usciti dalla semi-clandestinità, usati come uno spauracchio da Mubarak per giustificare la propria permanenza al potere. Negli anni hanno costruito una solida base sociale perdendo parte del proprio radicalismo, e ponendosi come punto di riferimento della maggioranza credente musulmana in Egitto, unendo un conservatorismo moderato, ispirandosi alla legge islamica ma senza imporla, ad un’economia sociale di mercato in economia. È una piattaforma già vista con l’Ak Parti in Turchia, con Ennhada in Tunisia, con Giustizia e Sviluppo (vittoriosa) in Marocco, e in parte, dal punto di vista della capillarità sociale e delll’assistenza al welfare, con Hezbollah in Libano. Favorevoli al turismo e agli accordi con Israele, hanno il principale avversario in Al Nour, i salafiti.

Al Nour: Sono i salafiti, setta islamica radicale, che predica la pratica dell’Islam come veniva vissuta dal Profeta e i suoi immediati successori, quindi ha come riferimento il Corano e la legge islamica. Alcuni addirittura in realtà rifiutano l’idea di una democrazia rappresentativa perchè contraria al Corano, ma hanno scelto di presentarsi alle elezioni per preservare l’identità islamica dell’Egitto, e almeno a parole difendono gli accordi con Israele e sono per una economia di mercato, molto arricchita da un welfare state che già praticano attraverso le organizzazioni caritative che sono anche tra le principali armi propagandistiche rivolte alle fasce più povere della popolazione

Blocco egiziano: Coalizione di partiti liberali e socialdemocratici di impostazione laica e modernista che punta a rendere l’Egitto un Paese pluralista, non fondamentalista, e “occidentale”. Ne fa parte anche la formazione liberale fondata dal tycoon Sawiris, ricco imprenditore copto. Cercano di intercettare sia il voto della minoranza copta timorosa dell’avvento del radicalismo islamico che i ceti più istruiti e abbienti delle città più grandi.

Nuovo Partito Wafd: Antico partito liberale e nazionalista, ha rappresentato l’opposizione liberale a Mubarak. Partito un po’ elitario, rispecchia una visione laica e nazionalista, assieme a una timida piattaforma liberista in economia, è forse il partito più vicino all’esercito.

Rivoluzione continua: Insieme di partiti liberal-socialisti, ma anche di sinistra radicale, che si propongono come i più autentici interpreti della rivoluzione di piazza Tahrir e temono un annacquamento delle istanze rivoluzionarie; sono in favore di profonde e radicali riforme per cambiare la società. È una coalizione rappresentativa delle fasce giovani, istruite e ideologizzate che più sono state visibili nelle proteste contro Mubarak ma che numericamente sono molto meno consistenti di quanto si potrebbe pensare.

Al Wasat: Partito islamico liberale, staccatosi dai Fratelli Musulmani non avendo ritenuto questi ultimi abbastanza coraggiosi nell’abbracciare una democrazia liberale. Sono per una piena convivenza tra le fedi, candidando anche alcuni cristiani, per una convivenza tra shar’ia e democrazia, con una visione più flessibile della religione.

I risultati dei primi due turni sono i seguenti:

Libertà e Giustizia 36,6%
Al Nour 24,4%
Blocco Egiziano 13,0%
Al-Wafd 7,1%
Al-Wasat 4,3%
Rivoluzione Continua 3,5%
Altri 11,1%

Fratelli musulmani e salafiti insieme superano il 60% e grazie alla quota attribuita con il maggioritario, i Fratelli musulmani da soli sfiorano il 50% dei seggi. È evidente come anche in Egitto la caduta del tiranno ha svelato la realtà sostanziale della società egiziana, ovvero religiosa e non fondamentalista. L’immagine che spesso si è avuto all’estero della politica egiziana, ovvero dominata da una lotta tra l’apparato nazionalista-militare e quello dei giovani progressisti istruiti e laici che si parlano tramite Twitter era falso. C’è una grossa maggioranza silenziosa che è lontana anni luce dai militanti di piazza Tahrir che hanno avuto la cocente delusione di vedere il proprio partito di riferimento principale (Rivoluzione Continua) avere le briciole e anche il Blocco Egiziano prendere meno voti del previsto. Vi è stato un circolo vizioso alimentato dai media in cui una minoranza si auto-convinceva di essere maggioranza. Non li ha aiutati, come in Tunisia, come in precedenza in Turchia, la predicazione contro i religiosi, l’agitare lo spauracchio del fondamentalismo, la demonizzazione di un movimento, quello dei Fratelli musulmani, profondamente cambiato.

Più domande suscitano i salafiti, che sulla carta non vogliono fare una rivoluzione islamica, mantenendo anche gli accordi con Israele, ma solo il tempo saprà rispondere agli interrogativi su di loro.

Quello che è certo è che si sta imponendo nell’area mediorientale, dal Marocco alla Tunisia, dall’Egitto alla Turchia (che pure ha sue peculiarità, non essendo un Paese arabo), una generazione di politici e di partiti che coniugano il comune sentire musulmano delle masse con la democrazia e il desiderio di normalità; sembra quasi, a voler sognare un po’, l’atmosfera diffusasi in Europa occidentale nel secondo dopoguerra con i partiti cristiano-democratici e personalità come De Gasperi e Adenauer, chiamati a ricostruire e unire tra di loro i Paesi usciti dalla follia nazifascista e timorosi del totalitarismo comunista alle frontiere orientali. E un’area con una lingua e una cultura comune non potrà che vedere nella maggiore integrazione il proprio futuro civile ed economico. Forse questi risultati avvicinano questo futuro.

Gianni Balduzzi

Classe 1979, pavese, consulente e laureato in economia, cattolico-liberale, appassionato di politica ed elezioni, affascinato dalla geografia, dai viaggi per il mondo, da sempre alla ricerca di mappe elettorali e analisi statistiche, ha curato la grande mappa elettorale dell'italia di YouTrend, e scrive di elezioni, statistiche elettorali, economia.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Send this to a friend