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Intervista al Sen. Pardi (IdV): costi della politica, governo Monti e alleanze

Intervista al Sen. Pardi (IdV): costi della politica, governo Monti e alleanze

Poco prima di Natale, abbiamo intervistato il senatore dell’Italia dei Valori, Francesco “Pancho” Pardi. In particolare gli abbiamo chiesto dei provvedimenti relativi al taglio dei costi della politica. Ma ce n’è anche per il nuovo governo guidato da Mario Monti, per la legge elettorale e per gli “alleati” del Partito Democratico.

 

Senatore Pardi, la manovra interviene sui costi della politica ma delega alle Camere il provvedimento sul taglio delle indennità. Ritiene che si riuscirà a ottenere un risultato significativo oppure è impossibile anche per un governo tecnico tagliare qualcosa nelle tasche dei parlamentari?

Per prima cosa, ho sentito dire dalla viva voce del Presidente del Senato, in Aula, che i Presidenti delle due Camere si sono impegnati a garantire un passo in questa direzione a gennaio. Io ribadisco il mio punto di vista un po’ “settario”: ritengo francamente molto più difficile convincere i parlamentari a ridurre la loro indennità – che è già stata ridotta di 1.000 euro l’anno passato e su cui, quindi, si avrebbero dei facili alibi da invocare, piuttosto che risolvere la questione dei collaboratori. In questo secondo caso, si tratta della possibilità di togliere dalle tasche dei parlamentari 4.000 euro e garantire il pagamento regolare, tramite il passaggio diretto, dalle Camere ai collaboratori. Siccome sappiamo che i 4.000 euro li prendono tutti i senatori, ma poi non sappiamo quanti pagano i collaboratori (e quanto li pagano), la mia soluzione sarebbe più realistica: infatti, mentre sul piano delle indennità si possono formare delle difese a riccio, questo è un argomento irrefutabile. Bisogna sottrarre i collaboratori da una precarietà insostenibile, fare in modo che siano pagati in misura giusta, non soggetta ad arbitrarietà del lavoro temporaneo; per cui basterebbe stabilire il principio che se un senatore vuole avere un collaboratore, lo deve dire apertamente e mostrare un contratto firmato: a quel punto, il collaboratore viene pagato dal Senato, si elimina la possibilità di abusi e il senatore non avrà quei 4.000 euro che poi può utilizzare in altro modo.

Quindi Lei propone di regolamentare il rapporto parlamentari-collaboratori sulla base di un meccanismo come quello in vigore al Parlamento europeo. E per quanto riguarda invece le indennità?

Anche qua bisognerebbe ragionare prendendo come parametro l’Europa. Però, su questo punto, confesso una certa ignoranza: io sono alla prima legislatura, ma ci sono parlamentari, con più esperienza di me, ai quali ho sentito sostenere, ad esempio, che sebbene noi prendiamo anche un’indennità superiore a quella media europea, i parlamentari tedeschi hanno 4 collaboratori a testa, tutti pagati dalla loro Camera; quindi loro prendono, poniamo, 7.000 euro invece di 12.000, però poi hanno 4 collaboratori già pagati e, magari, altre facilitazioni che invece noi non abbiamo. Mettiamola così: bisognerebbe andare verso una parificazione delle condizioni economiche tra i vari paesi dell’UE, però considerando tutti i vari cespiti di remunerazione dell’attività parlamentare e non guardando solo all’indennità in quanto tale, ma facendo una media comparata delle fonti di reddito.

Nell’ordine del giorno che ha presentato lo scorso agosto non erano indicate le cifre effettive che si nascondono dietro quello che un tempo si chiamava “fondo per la segreteria” e che oggi è stato ribattezzato nel generico “fondo eletto-elettori”: sa darci delle cifre a riguardo oggi?

Io so che noi prendiamo circa 4.000/4.100 euro per garantire questo tipo di rapporto: sotto questa cifra si cela anche il pagamento del collaboratore.

Quanti senatori hanno instaurato rapporti di collaborazione di questo tipo?

Non saprei dire con certezza, perché al Senato vige una certa “segretezza”; sappiamo per certo, da una cifra fornita dal Presidente della Camera, che sono 230 i deputati che hanno messo in regola i contratti dei loro collaboratori: il che significa che ce ne sono 400 che non l’hanno fatto. Al Senato, un’analoga iniziativa è stata molto faticosa e il numero non è stato accertato. Con il mutamento del quadro generale, credo ci sia la possibilità di una maggiore trasparenza: la mia proposta, infatti, introdurrebbe anche un meccanismo trasparente, che è fondamentale. Non dobbiamo produrre misure che danno adito a sospetti, perché sappiamo di avere il fucile dei cittadini puntato addosso. Forse, per certi aspetti, c’è una deriva populistica in questa offensiva anti-parlamentare: detto ciò, ribadisco che quando i parlamentari rifiutano la trasparenza, non si fa altro che incentivare questo tipo di pensieri.

Per quanto riguarda invece l’abolizione delle Province, proposta in un disegno di legge dall’Italia dei Valori nonché oggetto della raccolta firme promossa dallo stesso partito per una legge di iniziativa popolare, il Governo ha fissato al 31 marzo 2013 il termine entro il quale gli organi in carica delle Province decadono in vista della riforma stabilita in manovra ed al 31 dicembre 2012 il termine entro il quale le funzioni delle Province dovranno essere trasferite ai Comuni o alle Regioni. Ritiene questa misura sufficiente o continuerete a lavorare in Parlamento per l’abolizione totale delle Province?

Sinceramente confesso di essere stato sorpreso da questa misura, perché ha una sua durezza: il Governo non può tecnicamente abolire le Province, eppure, con questo intervento, è come se le abolisse. La Provincia di fatto viene commissariata e le sue potestà sottoposte ad una forte restrizione. Francamente non me lo aspettavo. Sulle Province, però, devo dire una cosa controcorrente: la posizione del partito sull’abolizione, per carità, è giusta, però non vorrei che si creassero delle illusioni. Abolire le Province non significa assestare un duro colpo ai costi della politica: intanto i dipendenti delle Province, mi passi il termine, non possiamo farli sparire, dovranno passare al Comune o alla Regione, e dovranno farlo attraverso un laborioso periodo di adattamento a funzioni magari analoghe, ma mutate – un meccanismo faticoso, che non è detto non sia anche costoso. In secondo luogo, abolire le Province di per sé non so quale risparmio porti effettivamente, perché i dipendenti dovranno continuare ad essere pagati. Si può ragionevolmente immaginare che la cancellazione della Provincia porti a una riduzione di fonti di spesa, perché tra convenzioni, appalti, consulenze, tutto il classico armamentario delle spese prodotte dalla politica qui verrebbe meno: bisogna però poi chiedersi che cosa si può fare per impedire che questo si trasferisca sui Comuni e sulle Regioni. Lo dico per non illudere i cittadini: la battaglia per l’abolizione è giusta, però non vorrei che si pensasse che tale abolizione comporti istantaneamente chissà quali risparmi.

Parliamo ora del Governo Monti. Ha una sua legittimità? E come giudica i suoi primi atti?

Prima di tutto, rifiuto in toto il ragionamento secondo cui il Governo Monti sarebbe il prodotto di una sospensione della democrazia. Dal mio punto di vista, la sospensione della democrazia c’era quando governava un individuo ineleggibile e proprietario di mezzi di comunicazione, cosa ignota in qualsiasi democrazia moderna: quella era la democrazia sospesa! Quello che succede ora è, invece, il primo passo per la restaurazione della democrazia; è chiaro, il Governo Monti non è espressione di un’elezione e non è nemmeno un Governo di centrosinistra, però ha ragione Furio Colombo quando scrive, qualche settimana fa: “quando noi pregavamo che Berlusconi si togliesse di torno, nessuno di noi pensava che gli sarebbe succeduto un Governo di sinistra”! La realtà è dura: il governo Monti si è insediato perché la situazione era insostenibile, perché il Governo Berlusconi aveva perseguito solo i propri interessi, aveva nascosto la crisi ed era privo di credito a qualsiasi livello, nazionale e internazionale. Le sue dimissioni erano obbligate, non aveva più la maggioranza parlamentare, anche se ciò non è stato accertato col voto di fiducia, ma è emerso in occasione del secondo voto sul rendiconto dello Stato – tant’è vero che i due precedenti Presidenti del Consiglio andati incontro alla bocciatura del rendiconto, si erano dimessi immediatamente, senza aspettare una seconda votazione.

E sulla legge elettorale? Franceschini ha aperto a una riforma che metta in discussione le alleanze pre-elettorali. Cosa pensa di tutto questo, anche alla luce dei referendum per il ritorno al “Mattarellum” che come partito avete portato avanti?

Sulla legge elettorale: noi abbiamo appoggiato con convinzione il referendum perché pensiamo che ci voglia un’altra legge elettorale. Non c’è un modello predefinito, ma se vince il referendum, si torna alla legge precedente: anche quella non era perfetta, ma era pur sempre meglio di quella attuale. Credo che l’intervento di Franceschini sia una minaccia sconveniente e insostenibile: dire che l’attuale situazione d’emergenza invita il Pd a fare una nuova legge elettorale col Terzo polo, per punire le cosiddette “ali” del sistema partitico, la trovo un’idea un po’ sfacciata, non mi sembra sostenibile sotto alcun profilo. Preciso che noi consideriamo l’alleanza col Pd e con Sel – quando si affaccerà in Parlamento, cosa che avverrà – l’ossatura fondamentale dell’alleanza di centrosinistra. Aggiungo, dal mio punto di vista, che siccome i partiti di centrosinistra ormai hanno poca capacità di raccogliere consenso tra i cittadini abituati all’astensionismo, non sarebbe male se ci fosse una lista civica nazionale di centrosinistra, capace di raccogliere i voti che i partiti non raccolgono più. So bene che molti miei colleghi nei partiti sono convinti del contrario, ma io su questo ho poche illusioni: col 29% degli astensionisti dichiarati, è chiaro che c’è una parte di elettori di centrosinistra che i partiti non li vota più! Bisogna trovare il modo per incoraggiarli a votare e questo, forse, può farlo solo una lista civica nazionale, interna al centrosinistra, che però abbia un profilo diverso da quello dei partiti. L’ossatura dunque è quella: Pd, Sel , Idv e lista civica nazionale. Quando si andrà al voto, dovrà essere con quella formazione, a meno che Franceschini non pensi di dover fare, per i prossimi vent’anni, un Governo col Terzo polo e, allora, è chiaro che le strade si dividono: Franceschini, però, deve avere ben chiaro che cosa comporta stabilire un’alleanza strategica col Terzo polo…che ci pensi un po’ su anche lui.

 

Francesca Petrini

Dottoranda in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, si è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ha conseguito il titolo di Master di II livello in Istituzioni parlamentari per consulenti d´Assemblea.

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