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Climate change: a Durban i conti non tornano

Climate change: a Durban i conti non tornano

Riuniti a Durban (Sud Africa), i governi del pianeta hanno raggiunto, pochi giorni fa, un accordo di massima su di un futuro trattato globale che obblighi i contraenti a ridurre le emissioni di gas-serra, con l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature globali entro livelli considerati accettabili (2 °C in più di quelle registrate prima della Rivoluzione Industriale: le prime rilevazioni attendibili risalgono, in effetti, alla metà dell’800).

L’accordo, già battezzato Durban Platform, prevede, in estrema sintesi, quanto segue.

L’applicazione del Protocollo di Kyoto (1997, in scadenza nel 2012) sarà estesa, per i Paesi firmatari, per cinque o otto anni. Gli Stati Uniti, è bene ricordarlo, non hanno aderito al protocollo e la Cina, in base alle sue previsioni, non è ancora tenuta al rispetto degli obiettivi di riduzione. Il termine finale sarà stabilito nel corso della conferenza sul clima di Doha, nel 2012.

Entro il 2015, poi, dovrà essere negoziato un nuovo trattato – al quale Stati Uniti e Cina si sono in linea di massima impegnati ad aderire – che fissi nuovi obiettivi, giuridicamente vincolanti, di riduzione delle emissioni. Il nuovo trattato dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Il Protocollo di Kyoto, pertanto, primo accordo internazionale a fissare obiettivi vincolanti di contenimento e riduzione delle emissioni di gas-serra, sarà definitivamente superato solo nel 2015 e gli obiettivi del nuovo trattato non dovranno preoccupare i governi per almeno altri cinque anni. Nove, a partire da oggi.

Il compromesso raggiunto a Durban, salutato con entusiasmo da molti governi e con scetticismo da parte della maggior parte delle organizzazioni ambientaliste, non può essere giudicato senza disporre di alcuni, essenziali elementi.

Esso si fonda, come il vigente Protocollo di Kyoto, su precisi presupposti, che meritano di essere ricordati. In primo luogo, l’idea che l’aumento delle temperature globali, con il conseguente aumento dei fenomeni metereologici estremi, la desertificazione del suolo e l’aumento del livello dei mari (che non deriva esclusivamente dallo scioglimento delle calotte polari, come si pensa, ma anche dalla stessa espansione degli oceani, che riscaldandosi occupano un volume superiore) rappresentino un grave pericolo per l’umanità. In secondo luogo, che le emissioni di anidride carbonica e degli altri gas ad effetto serra costituiscano una delle principali cause del riscaldamento globale. In terzo luogo, che l’aumento delle temperature medie globali debba essere contenuto entro un livello di pochi gradi. Il limite desiderabile, vera “soglia di sicurezza”, è stato fissato a 2 °C, prendendo come riferimento i livelli pre-industriali, al fine di evitare conseguenze catastrofiche per l’umanità. Senza addentrarsi nei particolari, si può infatti considerare che, secondo le valutazioni più accreditate, se la temperatura media globale  fosse superiore di 6 °C a quella attuale la Terra non potrebbe ospitare, a voler essere ottimisti, più di un miliardo di essere umani, cioè meno di un settimo di quelli attualmente viventi.

Su ciascuno dei punti appena illustrati esiste un largo consenso nella comunità scientifica internazionale. Le voci dissenzienti, com’è noto, non mancano, ma nel corso degli anni 2000 il consenso si è sensibilmente consolidato. La maggior parte delle differenze tra le opinioni degli scienziati riguardano ora non il fenomeno in sé o la sua pericolosità, ma la misura del contributo dell’uomo al riscaldamento globale e la possibilità effettiva di mitigarlo (nessuno crede, è opportuno ricordarlo, che il processo possa invertirsi, perlomeno non in questo millennio).

La decisione di porre l’obiettivo del contenimento a 2°C al di sopra dei livelli preindustriali è in larga parte frutto delle ricerche compiute dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), organo istituito dalle Nazioni Unite che riunisce centinaia di scienziati di tutto il mondo dediti allo studio del clima attraverso le più diverse discipline.

Si può dubitare che esso costituisca effettivamente la “soglia di sicurezza” per il destino dell’umanità, ma esso è certamente stato assunto come obiettivo dalla la comunità internazionale. È quindi possibile utilizzarlo come parametro per giudicare gli accordi di Durban.

Due recentissimi studi, appena pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Climate Change (novembre 2011), forniscono in effetti elementi utili affinchè ciascuno possa, utilizzando il semplice buon senso, formulare le proprie conclusioni.

Il primo di essi, sviluppato da una decina di scienziati Europei e Australiani, ha confrontato numerosi possibili modelli di evoluzione del clima e delle emissioni inquinanti, giungendo ad una conclusione significativa. Se il picco delle emissioni di gas-serra, cioè il livello oltre il quale esse cominceranno a scendere, non sarà raggiunto entro il 2020, è estremamente improbabile che l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature globali entro la soglia dei 2° C possa essere raggiunto. Non solo, perché il raggiungimento dell’obiettivo resti “probabile” (vale a dire, convenzionalmente, superiore al 66% delle probabilità), il picco dovrebbe essere raggiunto tra il 2010 e il 2015. Praticamente domani.

Il 2020, come detto, è l’anno in cui il nuovo trattato sulle emissioni dovrebbe entrare in vigore. E l’attuale protocollo di Kyoto, anche se prorogato, si è dimostrato largamente insufficiente per il raggiungimento dell’obiettivo, anche perché non vincola i due principali inquinatori (Stati Uniti e Cina). Per quanto riguarda la possibilità di raggiungere il picco nei prossimi quattro anni è sufficiente notare che, secondo recenti stime, la Cina prevede che le proprie emissioni crescano almeno fino al 2025-2030.  L’Europa, dal canto suo, si è impegnata a ridurre le proprie entro il 2020, ma solo del 20% rispetto al livello del 1990.

Il secondo studio, realizzato da scienziati britannici e neozelandesi, ha invece tentato di determinare quando la soglia dei 2°C sarà superata nelle diverse parti del globo. Esiste infatti una differenza piuttosto marcata tra il livello medio globale delle temperature e quelle registrate a livello locale.

Ebbene, la fatidica soglia, che il futuro trattato vorrebbe vedere raggiunta non prima del ventiduesimo secolo, sarà superata, con ogni probabilità, tra il 2030 e il 2040 nei Paesi del bacino mediterraneo, tra i quali l’Italia. Lo stesso in Cina e in India. Gli Stati Uniti dovrebbero superarla, invece, tra il 2040 e il 2060, con significative differenze tra la costa orientale (2050-2060) e il resto del Paese (2040-2050). Le isole britanniche, che per la loro posizione risultano tra le più favorite nell’intero pianeta, supereranno la soglia tra il 2050 e il 2060. Vale a dire, nella migliore delle ipotesi, quaranta anni prima della fine del secolo.

Altri dati, tratti dallo stesso studio, confermano le preoccupazioni suscitate da quelli già esposti. La soglia potrebbe essere superata, in Italia, addirittura nel 2020, e comunque non più tardi nel 2060. La costa orientale degli Stati Uniti, favorita dall’influenza dell’Oceano atlantico e dall’assenza di catene montuose capaci di bloccare i venti polari, dovrebbe raggiungere la soglia, al più tardi, nel 2090.

Per allora, praticamente solo l’Antartide dovrebbe presentare un aumento delle temperature inferiore al limite dei 2 °C, contribuendo a mitigare il dato medio globale, che assumerà a questo punto una valenza solo convenzionale.

Alla luce di queste previsioni, viene da chiedersi quale sia il significato di continuare a porre al centro del dibattito un obiettivo che pare, se non irraggiungibile, perlomeno largamente improbabile. Ma ciò che emerge con maggiore evidenza è l’insensatezza di una decisione che prevede l’entrata in vigore di un accordo, finalmente vincolante anche per i più grandi inquinatori, in un momento nel quale la possibilità di conseguire il suo stesso obiettivo sarà divenuta quantomeno remota.

La sensazione è quella di essere tutti vittime di un enorme esercizio di ipocrisia.

Andrea Carapellucci

Andrea Carapellucci è avvocato in Torino e PhD in Diritto amministrativo.

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