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«Pochi scienziati e ingegneri, tanti letterati». Dati alla mano, una leggenda metropolitana

«Pochi scienziati e ingegneri, tanti letterati». Dati alla mano, una leggenda metropolitana

Spesso si sente dire che in Italia ci sono pochi laureati in materie scientifiche e tecniche, e che questo è uno dei problemi di un sistema universitario scarsamente competitivo e poco attento alla spendibilità professionale dei titoli di studio.

L’adagio è ripetuto con forza da chi – Confindustria, per esempio – lascia intendere che la scarsa qualificazione dei lavoratori italiani sarebbe da imputare più alla facoltà che si sceglie di frequentare che non alla qualità del sistema universitario o alla ricettività del mercato del lavoro.

In realtà, è sufficiente guardare alle statistiche pubblicate dall’OCSE per rendersi conto che non è vero che l’Italia sforna sciami di laureati in storia bizantina a scapito di ingegneri e biologi: anzi, è paradossalmente più vero il contrario.

I dati che seguono vengono dalle indagini OCSE relative al 2009, alla voce «Graduates by field of education» (laureati per settore). Dei 223 mila laureati italiani in un anno, gli ingegneri sono l’8,1%, come in Germania; in Francia il 6,5, in Canada il 6,2, in Gran Bretagna il 4,5 e negli Stati Uniti il 4,2 per cento.

I matematici, tra gli studenti del nostro Paese che arrivano alla laurea, sono lo 0,9% − meno che in Francia (1,5), ma esattamente come negli Stati Uniti, e più che in Spagna e Svezia (0,7%) −.

1,5 laureati su 100 in Italia ottengono un diploma in Fisica; decisamente meno dei 5,1 in Germania, ma ancora una volta Paesi avanzati come USA e Svezia si attestano su tassi molto simili (1,4 e 1,7 rispettivamente).

Paradossalmente, l’Italia risulta avere una quota inferiore alla media di laureati in lettere e materie umanistiche. Siamo al 6,1%, staccati da Germania e Gran Bretagna (9,3%), Canada (11,2%), Stati Uniti (12%) e ancor più dalla Svezia (17,9%).

Da questa piccola rassegna statistica si ricava una prima indicazione sorprendente: rispetto agli Stati Uniti abbiamo in proporzione il doppio dei laureati in ingegneria e la metà dei laureati in lettere.

Rispetto agli Stati Uniti l’Italia ha il doppio dei laureati in ingegneria e la metà dei laureati in lettere

Naturalmente, altri fattori sono da considerare. Per prima cosa, in Italia a essere pochi sono i laureati in generale: se noi sforniamo circa 220 mila laureati all’anno, Francia e Gran Bretagna, due Paesi con la nostra stessa popolazione, arrivano rispettivamente a 411 mila e a 538 mila. Il doppio circa.

Restando comunque sul numero assoluto di iscritti (e laureati) in materie scientifiche, in Italia è cresciuto di una volta e mezza negli ultimi trent’anni, risultando lievemente inferiore in termini percentuali sul totale degli studenti solo perché sono esplose le iscrizioni in altri settori (soprattutto nel gruppo politico-sociale: Economia, Scienze politiche e Giurisprudenza). E’ però evidente che le imprese non assumono percentuali, ma lavoratori in termini assoluti.

Sembrano dunque emergere dalle statistiche diversità strutturali non solo dal lato dell’uscita (cioè della scelta della facoltà universitaria), ma anche o soprattutto dal lato dell’entrata (cioè della ricettività del mercato del lavoro).

La quota di laureati in scienze tra i giovani occupati italiani (25-34 anni), ci informa uno studio di Massimo Carfagna per la CRUI, è tra le più basse del mondo: l’1,2%, mentre la media OCSE è pari all’1,6% e questo dato è molto più elevato in nazioni come Francia (2,8%), Finlandia (2,3%), Regno Unito (2,2%) e Australia (2,5%).

Una delle conseguenze è certamente la minore specializzazione delle nostre produzioni: benché l’Italia (per meglio dire, il Nord Italia e poco più) sia l’ottavo Paese esportatore del mondo, solo il 7% delle nostre esportazioni è costituito da prodotti di alta tecnologia, contro il 20% della Francia, il 15% della Germania, il 13% della Danimarca, il 21% della Gran Bretagna e il 19% dell’Olanda.

A confermare che non è tanto la quantità di studenti che si iscrivono in una facoltà o in un’altra a risultare decisiva, arrivano i dati Excelsior−Unioncamere del 2011 secondo i quali nelle previsioni di assunzione da parte delle imprese la parte del leone non la fanno matematici, fisici e biologi: ma semmai i laureati in Economia (34,4%), seguiti dagli ingegneri (30,7). Molto più in basso stanno i medici (11,6) e ancora più giù i laureati in settori chimico-farmaceutici (4,1), per arrivare a fondo classifica ai laureati di indirizzo scientifico (fisico e matematico) e geo-biologico. Che si fermano al 2,4% e all’1% rispettivamente, lontani anni luce dal vertice della classifica e superati persino dai laureati in scienze della formazione (6,8%) e lingue (2,5%).

Certo, il sistema formativo italiano non è esente da criticità e sembra molto poco attrattivo verso gli studenti stranieri – ancora l’OCSE ne conta 66 mila appena in Italia, mentre in Francia sono 249 mila, in Germania 257 mila, in Gran Bretagna 499 mila, negli Stati Uniti 661 mila −.

Ma, dati alla mano, non è quel caravanserraglio zeppo di aspiranti filosofi e scienzati della comunicazione che ci viene prefigurato da opinionisti poco generosi con i fatti e i numeri.

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

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