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Storia delle pensioni in Italia: dal 1898 alla Prima Repubblica

Storia delle pensioni in Italia: dal 1898 alla Prima Repubblica

La storia della previdenza italiana inizia nel lontano 1898 quando venne fondata la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai: si trattava di un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo, anch’esso libero, degli imprenditori. Solo nel 1919 si compie il primo passo verso un sistema che intende proteggere il lavoratore da tutti gli eventi che possono intaccare il reddito individuale e familiare: l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia diventa obbligatoria e interessa 12 milioni di lavoratori. Ancora nel 1939 sono istituite le assicurazioni contro la disoccupazione, la tubercolosi e per gli assegni familiari; vengono introdotte le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto; il limite di età per il conseguimento della pensione di vecchiaia è stabilito a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne; viene istituita la pensione di reversibilità a favore dei superstiti dell’assicurato e del pensionato.

È il 1952 quando, superato il periodo post-bellico, viene emanata la legge n. 218 del 4 aprile che fissa e razionalizza gli adeguamenti monetari dei trattamenti pensionistici adottati immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale e riforma l’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti (riforma Rubinacci). La formula di calcolo della pensione rimane contributiva e s’introduce l’istituto della c.d. “integrazione al minimo”, con la quale si eroga ai pensionati con ridotta anzianità contributiva una pensione minima che garantisce una sopravvivenza dignitosa. Dalla fine degli anni ’50, sulla base delle previsioni contenute nell’articolo 38 della Costituzione, che prevede tutele per tutti i lavoratori, siano essi dipendenti o autonomi, l’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, è estesa progressivamente ai lavoratori autonomi, coltivatori diretti, artigiani e commercianti.

È nel clima di contestazione sociale generale che viene varata la legge n. 153 del 30 aprile 1969, ovvero la riforma Brodolini, in base alla quale si abbandona definitivamente ogni forma di capitalizzazione; si adotta la formula retributiva per il calcolo della pensione in forma generalizzata, svincolando il calcolo della pensione dai contributi effettivamente versati e legando la prestazione alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro (s’introduce così il concetto secondo cui la pensione è un “reddito di sostituzione” del reddito da lavoro); si istituisce la pensione sociale (per i cittadini ultra 65enni sprovvisti di assicurazione, che non hanno un minimo di reddito) e la pensione di anzianità (per i cittadini con 35 anni di contribuzione pur non avendo raggiunto l’età pensionabile); si estende all’assicurazione invalidità e vecchiaia, nei limiti della prescrizione decennale il principio dell’automaticità delle prestazioni; la perequazione delle pensioni, che consiste nella rivalutazione delle pensioni in pagamento in base all’indice dei prezzi al consumo, diventa automatica. Solo dal 1975, e fino alla riforma Amato del 1992, la perequazione delle pensioni è agganciata, oltre che ai prezzi, anche ai salari, consentendo così una tutela effettiva del valore reale delle pensioni, ma anche un aggravio pesantissimo sui conti pubblici, dato sia dalla mancata correlazione tra contributi versati e prestazioni, sia dalle età estremamente basse di pensionamento (negli anni ’70 e ‘80 influiscono sull’espansione della spesa pensionistica le c.d. pensioni “baby”).

Nel 1981, la I Commissione Castellino, dal nome del Ministro del Tesoro, evidenziò i punti più controversi del sistema pensionistico: età pensionabile, collegamento percentuale alla retribuzione, retribuzione pensionabile, cumulabilità tra pensione ed altri redditi e formula di indicizzazione. Nel decennio successivo, furono proposti vari disegni di riforma dell’intero sistema, destinati al fallimento. Nel 1983, il Governo Craxi tentò di affrontare il problema, ma il progetto approntato dal ministro del lavoro De Michelis venne respinto già in sede di presentazione in Consiglio dei Ministri nel luglio del 1984. Contemporaneamente, alla Camera dei deputati venne insediata la Commissione Cristofori incaricata di predisporre un testo di riforma che però si protrasse senza esiti fino al 1987. L’unico intervento specifico di grande rilevanza, realizzato in questo periodo, fu la riforma delle pensioni di invalidità, attuata con la legge n. 222 del giugno 1984, che abolì qualsiasi riferimento ai fattori socio economici e stabilì che ai fini della concessione della prestazione era rilevante solo la situazione sanitaria legata alla incapacità lavorativa del richiedente. Il testo venne esaminato in Aula nel febbraio 1987; questa attribuì alla Commissione in sede redigente il compito di elaborare il testo definitivo, ma lo scioglimento anticipato della legislatura nella primavera del 1987 pose termine ad ogni ulteriore discussione.

Nel corso della decima legislatura non vennero presentate proposte di riforma generale ma furono approvate due leggi relative a materie connesse alla riforma: la legge 8 marzo 1989, n. 88 di ristrutturazione dell’INPS che all’art. 37 stabiliva l’istituzione della GIAS (gestione per gli interventi assistenziali e di sostegno) e la legge 2 agosto 1990 n. 233 di riforma della previdenza dei lavoratori autonomi che, approvata con il consenso di tutti i partiti, equiparò la modalità di calcolo della pensione degli autonomi a quella dei lavoratori dipendenti, anche se i versamenti dei primi erano enormemente inferiori a quelli dei secondi. La nuova legge disponeva, con effetto dal 1° luglio 1990, che la misura dei trattamenti pensionistici venisse calcolata sulle contribuzioni versate dal 1982 in poi, applicando alla media dei redditi degli ultimi dieci anni (indipendentemente dai versamenti effettuati prima) o al minor numero di essi anteriori alla decorrenza della pensione, un coefficiente di rivalutazione pari al 2% per anno di iscrizione, con un massimo di 40 anni per cui la misura massima della percentuale di commisurazione della pensione al reddito veniva fissata dalla legge nell’80%. L’impatto di questa riforma sul piano politico fu così forte da indurre il Ministro dell’Economia Guido Carli a minacciare le dimmissioni dal Governo.

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La settimana prossima analizzeremo i (molti) interventi di riforma che si sono succeduti nel corso della Seconda Repubblica, fino all’ultimo, inserito nel decreto “salva Italia” del governo Monti.

Francesca Petrini

Dottoranda in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, si è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ha conseguito il titolo di Master di II livello in Istituzioni parlamentari per consulenti d´Assemblea.

8 commenti

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  • E una mia idea e forse piu giusta, la prima idea del sussidio all’aziano venne pensato ad un contributo per chi raggiunge un eta’ cosi detta pensionistica non in base a quello che ai versato ma perche ai raggiunto un eta’ da non poter piu lavorare questo vale per tutti siano industiali che un semplice manovale perche quando si e’ arrivati ad una eta’ si e tutti uguali.
    Perche uguali quando non sei piu attivo che sia stato un’industriale o manovale non produci piu e sei un pensionato per questo si deve dare contributo mensile per tutti.intento tutti, immaginate una persona che non a mai lavorato che esce e entra dalla calera e non a mai lavorato per tutta la vita sbagliando questa persona comunque ci costa alla comunita’ quando sara’ vecchio come vive’? Se non li diamo una pensione.luomo e fatto che pensa per un domani e accumola esempio poggiolini che pur non avendo figli pensava per un domani e non sapeva piu dove nascondere le sue ruberie che erano circa 10 miliardi pensava di non morire e rimanere ineterno,forse se sapeva di avere una pensione adeguata a soppravvivere non rubava ma questa e unaltra storia

  • Insomma quali saranno le pensioni di reversibilità interessate da questa riforma? Da quale anno decorrerò la riforma? in quale misura verranno applicati i tagli?

  • C’è un nesso tra pensioni edi evaSimone fiscale?
    Se si spiegarlo. Come si può garantire ai lavoratori autonomi le stesse prestazioni dei lavori dipendenti con una disparità di versamenti così palese? È vero che i manager percepiscono pensioni pagate coi soldi versati dai lavoratori?

  • Mi rivolgo ai politici, ai partiti, ai sindacati, ai giornalisti, agli industriali, ecc. ma sopratutto ai cittadini ITALIANI. Il sitema pensionistico ha avuto inizio nel lontano 1898 con il versamento contributivo dei lavoratori e dei datori di lavoro. Se ragioniamo su un primo periodo 1898 – 1950 mi viene da fare una considerazione: quanti contributi sono stati versati? Quante pensioni ( e per quanto tempo) sono state pagate? Penso che considerando la precoce mortalità, il saldo per gli istituti pensionistici sia stato fortemente in attivo. Se prendiamo in considerazione il periodo 1951 – 1980, considerando l’ obbligatorietà dei versamenti e sempre la mortalità ( non consistente come il precedente periodo ma comunque abbastanza alta) l’ attivo c’è sempre come anche nel periodo 1981 ad oggi 2018 (anche se decrescente per effetto di una maggiore sopravvivenza). Bisogna tenere conto che con i contributi pensionistici sono state pagate impropriamente ( (dovevano essere pagate con le tasse)) le pensioni di invalidità. Quindi chiedo ai destinatari di questo commento, dove sono finiti i soldi versati per le pensioni? Forse per cofinanziare con la cassa depositi e prestiti le opere pubbliche? Non si dicano stupidaggini: le nostre pensioni ce le pagheranno i nostri figli. Pensiamo piuttosto a dare loro un lavoro cosa abbastanza possibile.

  • Considerando che la pensione dovrebbe essere un mezzo per consentire a chi ha ormai una certa eta di vivere in modo dignitoso, non sarebbe il caso di fare tre categorie, 1à salariati e persone senza occupazione fissa, 2à impiegati e 3à dirigenti, tutte con pensione assemblate in unica soluzione di ogni genere il cui importo non può superare la quota di: 1à 1500€ 2à 2500 e 3à 5000€. Non devono esistere altre autorizzazioni a percepire in alcun modo altre quote per qualsiasi altra motivazione.

  • la cosa più grave è nella legge 335/95 Dini dove con la tabella F si riducono le pensioni di reversibilità, già decurtate al 60% del reddito originante, fino alla metà del 60% se il coniuge superstite lavora è ha un reddito lordo superiore a 30.000,00 lordi. E’ un furto di stato! i contributi sono stati versati veramente e non come quelli “finti” della legge Mosca del 1974! Persone vedove , guardate i vostri cedolini di pensione e rendetevi conto del ladrocinio! a me , solo a titolo di esempio tolgono 525,00 ogni mese!!!!!!

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