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Speciale Debito Pubblico Italiano: gli scenari futuri

Speciale Debito Pubblico Italiano: gli scenari futuri

L’Italia rimarrà nell’Euro o no? Con questa domanda aperta abbiamo chiuso la seconda parte del nostro speciale sul debito pubblico.

La risposta, in estrema sintesi, dipende da due fattori: 1) la risposta politica italiana: ovvero la capacità del nostro sistema politico di riacquisire la fiducia dei mercati; 2) la risposta politica europea: la capacità del sistema politico europeo di allineare i propri interessi dietro all’Euro.

Oggi concludiamo lo Speciale Debito proponendo ai nostri lettori quattro scenari possibili, ben riassunti dalla seguente tabella:

È superfluo precisare che queste due variabili – una europea e una italiana – non solo sono interdipendenti, ma a loro volta dipendono da tanti altri fattori.

In particolare, come sottolineato la settimana scorsa, quale sarà la direzione del processo di unificazione europeo dipende dalle decisioni che vengono prese a Berlino. Anzi, ad essere precisi, dipendono dall’elettorato tedesco. È e sarà soprattutto il clima macroeconomico in Germania a determinare il raggio d’azione della cancelliera Merkel e dell’Eurogruppo nel suo insieme.

Similmente, nessun governo Italiano, anche quello più “tecnico” è realmente indipendente dall’elettorato. Il governo Monti, e qualunque altro che gli succederà, è legittimato dalla fiducia delle Camere. E chi occupa gli scranni sa benissimo quanto potrebbero essere catastrofiche per loro (le loro clientele e soprattutto le loro chance vittoria o persino di re-elezione) politiche di austerity e riforme economiche. Saranno dunque gli effetti della recessione che sta per abbattersi sull’Italia a testare la lungimiranza del nostro sistema politico.

Evitiamo anche di esaminare cosa comporterebbe esattamente un’uscita dell’Italia dall’Euro. È sufficiente dire che, oltre che essere a nostro avviso controproducente alla lunga in termini di crescita economica, è probabile che avverrebbe in maniera disordinata e disastrosa, in particolare per i risparmiatori.

Premesso quindi che si tratta di una semplificazione di una situazione con mille incognite, torniamo ai nostri quattro scenari.

1) Europa virtuosa

Nella migliore delle ipotesi Angela Merkel si appella direttamente al suo elettorato – come invocato recentemente da George Soros – e spiega perché tirar fuori dai guai i cugini PIIGS sia a loro vantaggio. Rapidamente, in accordo con gli altri membri dell’Eurozona, si raggiunge un accordo su una forma di federalismo fiscale. La Germania e gli altri membri più virtuosi sosterrebbero con transfer fiscali, o con un’espansione dell’EFSF o con eurobond, i PIIGS, ma in cambio di un’armonizzazione delle politiche fiscali. Accenni a questa soluzione si sono visti numerose volte dall’avvento della crisi. Per esempio, il bail-out da parte dell’EFSF dell’Irlanda fu inizialmente proposto in cambio di un aumento dell’IRAP.

Da notare che da oltre un anno si dibatte su queste soluzioni, ciascuna delle quali presenterebbe singolari difficoltà. Ma nella pratica comporterebbero lo stesso assestamento: transfer fiscali in cambio di politiche più armonizzate. Rimane difficile sapere quale verrebbe adottata, o se è ancora completamente da escludere l’intervento di un deus ex machina nella forma della Cina o del FMI.

Nel bene o nel male si avrebbe un new deal europeo e “l’abbattimento dell’ordine post-Westfaliano” profetizzato da Padoa-Schioppa sul Financial Times in tempi meno sospetti. La novità verrebbe accolta dai mercati come una garanzia implicita al debito dei PIIGS, i quali godrebbero di un abbassamento sensibile degli interessi pagati sul loro debito.

E l’Italia?

1a) I primi segnali del governo Monti sono incoraggianti. Dall’inizio del governo tecnico, lo spread è calato di ben 160 punti, sulla scia di una manovra improntata sull’austerity e sul contemporaneo alto tasso di gradimento del Presidente del Consiglio. Se il governo, o il suo successore, sarà in grado di continuare su questa strada, le garanzie dell’Europa e l’imposizione di tagli sull’apparato pubblico avranno effetti complementari e positivi sulla traiettoria del nostro debito e si raggiungerà il surplus nel 2013, eliminando i rischi di default o di uscita dall’Euro. Inoltre, è probabile che una consolidazione della politica fiscale europea imponga all’Italia liberalizzazioni, privatizzazioni e riforme del lavoro del sistema contributivo che potranno rilanciare la nostra economia nel medio e lungo termine.

1b) Ma è altrettanto probabile che la recessione del 2012 renderà necessarie ulteriori manovre se si vuole raggiungere il pareggio del bilancio nel 2013. La recessione inoltre priverà il governo Monti di prezioso capitale politico. A un certo punto, potrebbe essere inevitabile che gli manchi la fiducia e che una coalizione politica (non importa di che colore) si faccia eleggere sulla scia di una promessa di un’uscita ordinata dall’Euro piuttosto che adempiere alle rigorose riforme imposte dal new deal europeo.

2) Dis-Unione Europea

Cosa succede invece se nell’Europa “virtuosa” prende il sopravvento la volontà politica di NON garantire il debito dei PIIGS? Secondo il politbarometer della rete televisiva tedesca ZDF, tre tedeschi su quattro sarebbero contrari a un’espansione dell’EFSF e addirittura il 79% sarebbe contrario all’introduzione degli eurobond. Difficile legittimare democraticamente altre forme di supporto ai partner europei. Riuscirebbe l’Italia a calmare i mercati, anche senza garanzie europee?

2a) Senza l’appoggio di Bruxelles e di Berlino, l’Italia dovrebbe adottare misure draconiane pur di mantenere gli interessi sul debito a livelli sostenibili. L’instabilità che si verrebbe a creare in tutta Europa renderebbe ancor più aspra la recessione del 2012 e ancor più dure le misure da adottare per tenere il debito a livelli sostenibili. Se, miracolosamente, vi fosse la volontà politica di sostenere questa situazione pur di evitare di dover scegliere tra default o un’uscita dall’Euro, le conseguenze per gli Italiani sarebbero durissime. Oltre a una recessione nel medio termine, è probabile che senza la mano pesante dell’Europa, le dolorose riforme necessarie per una ripartenza economica non verranno prese. L’Italia proseguirebbe il suo lungo, inesorabile declino, ma rimarrebbe nell’Eurogruppo.

2b) Più probabile è che, senza un miglioramento sul fronte europeo, la fiducia a Monti o a qualsiasi governo improntato su rigore e crescita venga a mancare. L’opinione pubblica premierebbe chi puntasse il dito contro l’Euro e proponesse, piuttosto che il default, il ritorno alla Lira. Si ritornerebbe alla situazione descritta nella seconda parte del nostro speciale sul debito: un’Italia che, a causa della bassa produttività, non cresce e riesce a esportare ed a risanare il debito solo grazie e successive svalutazioni.

Conclusione: essere ottimisti?

Una maggiore integrazione fiscale europea può essere decisiva nella situazione Italiana, ed è forse l’unica forza che può riportarci sulla via di una sana crescita economica. Ma per rimanere in Europa, per evitare il default o l’uscita dall’Euro, non c’è variabile che tenga: la volontà dell’opinione pubblica italiana è la conditio sine qua non.

Lorenzo Newman

Patito di policy. Consultente gestionale. Nasce a Roma nel 1988. Laurea in Economia e Scienze Politiche al Trinity College di Dublino e Master in Economia dello Sviluppo alla London School of Economics. Ama follemente la Roma.

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