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Il rendiconto bocciato e la democrazia dei numeri

Il rendiconto bocciato e la democrazia dei numeri

Lo scorso 11 ottobre, giorno in cui la Corte dei Conti ha criticato aspramente la riforma fiscale prevista dalla manovra di agosto per la mancata copertura, l’Aula della Camera ha respinto l’articolo 1 del ddl sul rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2010. I deputati, nonostante la presenza massiccia del Governo in Assemblea e la straordinaria presenza dello stesso Presidente del Consiglio, hanno bocciato il testo con una votazione che si è conclusa a parità, 290 a 290, mentre per l’approvazione era necessario un voto in più. La bocciatura ha riguardato non la legge di bilancio, quella che previamente autorizza lo Stato a incassare crediti e ad erogare debiti previsti nella c.d. legge di stabilità, ma l’articolo 1 della legge di rendiconto generale, un documento di non minore importanza rispetto alla legge di bilancio, tant’è che ad essa è equiparato nell’articolo 81, comma 1 della Costituzione[1].

È bene precisare che la legge di rendiconto interviene solo a esercizio concluso e, nel caso di specie, a conclusione dell’esercizio finanziario 2010. Inoltre, prima di essere sottoposta alle Camere per la sua approvazione, la legge deve affrontare il giudizio di parificazione della Corte dei Conti e l’esame della Ragioneria generale dello Stato. In sostanza, il rendiconto è un obbligo costituzionale previsto dall’articolo 81 Cost., meglio conosciuto come pareggio di bilancio, attraverso il quale il Governo è tenuto ad aggiornare il Parlamento sui risultati della gestione finanziaria appena trascorsa: è un dettagliato monitoraggio delle entrate, delle spese e dei residui rispetto alle iniziali previsioni approvate dal Parlamento, cui si accompagna il conto delle variazioni intervenute nella consistenza delle attività e passività che costituiscono il patrimonio dello Stato.

Il rendiconto generale dello Stato è poi strettamente correlato all’assestamento del bilancio, ovvero un altro ddl che deve essere presentato dal Governo alle Camere per l’illustrazione delle modalità adottate al fine di riequilibrare le spese per l’anno in corso, le maggiori entrate e i bilanci dei ministeri. Infatti, se il rendiconto ha natura strettamente tecnico contabile e fotografa la situazione al 2010, l’assestamento di bilancio registra le variazioni intervenute nel bilancio dello Stato a metà dell’esercizio in corso: si tratta di due provvedimenti che preparano il terreno per l’adozione della legge di stabilità (ex finanziaria) e del bilancio dello Stato per i quali, di conseguenza, ragioni di regolarità contabile e responsabilità amministrativa, consigliano di mantenere la contestualità.

Ora, la bocciatura dell’articolo 1 del ddl sul rendiconto generale non è certo da ritenersi fatto esclusivamente tecnico e privo di rilevanza politica. Che anzi si tratti di una legge ad elevato tasso di politicità lo si deduce anche dal procedimento richiesto ai fini della sua approvazione: il giudizio reso dalla Corte dei Conti in sede di parificazione costituisce, infatti, l’occasione per valutare la complessiva gestione amministrativa e finanziaria e segnalare al Governo le eventuali criticità, ma serve anche a controllare, ed eventualmente denunciare, irregolarità o sviamenti delle risorse pubbliche dai fini ai quali erano destinate. Come ha avuto modo di sottolineare nella requisitoria orale, lo scorso 28 giugno, il Procuratore generale aggiunto presso la Corte dei Conti nel giudizio di parificazione del rendiconto generale dello Stato, relativo all’esercizio 2010, si tratta di un “appuntamento istituzionale deputato alla verifica della concordanza e veridicità delle risultanze del Rendiconto e quindi della regolarità ed affidabilità della gestione del bilancio e del patrimonio in termini di rispetto dei vincoli finanziari posti dalla legge[2].

Dunque, la bocciatura dell’articolo 1 del ddl sul rendiconto è stata interpretata da molti in dottrina come un giudizio negativo sulla capacità operativa del Governo, dalla quale se ne deve dedurre una doverosa apertura della crisi a livello istituzionale. A riguardo, poiché il rendiconto è un atto dovuto, difficile è stato individuare dei precedenti: l’unico che si ricorda, chiaramente relativo alla c.d. prima Repubblica, è quello che si riferisce al governo Giovanni Goria, che non riuscì a far ottenere il via libera alla finanziaria e al bilancio entro la fine dell’anno, e per cui si rese necessario nel 1988 l’esercizio provvisorio. Sebbene allora Goria si dimise senza indugio, si noti che dal punto di vista strettamente giuridico formale, un Governo è tenuto a dimettersi solo per approvazione di una mozione di sfiducia o rigetto di una questione di fiducia. Così, infatti, lo scorso 14 ottobre, il Presidente del Consiglio è tornato a chiedere ed ottenere la fiducia, con 316 sì contro 301 no, in questo modo volendo dare mostra della compattezza della maggioranza di Governo, a dispetto dell’errore “tecnico” commesso qualche giorno prima, e della sua capacità operativa per affrontare l’ultima parte della legislatura.

La questione che quindi ora si pone è: come procedere per l’approvazione del rendiconto? Per valutare la questione occorre considerare che la formulazione dell’articolo 1 del rendiconto, in particolare nella parte che contempla l’approvazione del rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato e dei rendiconti delle Amministrazioni e delle Aziende autonome per l’esercizio 2010, rivela un contenuto deliberativo autonomo e sostanziale, in quanto recante appunto l’approvazione dei rendiconti, mentre i successivi articoli espongono, per lo più attraverso dati contabili di sintesi, le risultanze di gestione richiamate espressamente dall’articolo 1 in relazione all’approvazione dei rendiconti. Mancando questa disposizione, data la bocciatura dell’articolo 1 del ddl, l’effetto di approvazione dei rendiconti non potrebbe farsi discendere dalla eventuale approvazione di tutti i successivi articoli, né dal voto finale sul ddl. Così, infatti, la Giunta per il regolamento di Montecitorio ha dichiarato apertamente la reiezione del ddl all’esame definitivo dell’Aula della Camera, senza lasciare margini al Governo se non quello di presentare un nuovo ddl[3].

La Giunta per il regolamento ha fatto poi un’altra considerazione: dalla natura stessa della legge di approvazione del rendiconto discende, nella prassi parlamentare, la sua sostanziale inemendabilità. Così, anche alla luce di alcuni precedenti, se ne è dedotta la preclusione al Governo di presentare emendamenti al testo se non nei ristrettissimi limiti individuati dalla prassi; in particolare, nel caso di specie, non è comunque consentito al Governo di modificare con emendamenti le risultanze contenute negli articoli successivi al primo, né presentare, anche se sotto forma lessicale diversa, il contenuto dell’articolo respinto. Constato che l’iter del ddl di rendiconto non può proseguire, la Giunta ha ricordato come ciò comporti, altresì, la sospensione dell’iter del ddl di assestamento che, a norma dell’articolo 119, comma 8, del Regolamento, è esaminato con il ddl di approvazione del rendiconto.

Dal punto di vista pratico, quindi, l’unica possibilità rimasta aperta per il governo è stata quella di procedere da capo, ovvero facendo ripartire l’iter del ddl da Palazzo Madama, lì reintegrare il testo del ddl sul rendiconto e rispedirlo a Montecitorio per l’approvazione finale. Così mercoledì scorso, la Commissione Bilancio del Senato ha dato il suo via libera al ddl sul rendiconto che, ripresentato dal Governo, ricalca nei contenuti la precedente versione. Il testo, ha spiegato alla Commissione Bilancio di Palazzo Madama il relatore Gianvittore Vaccari (Lega), “risulta sostanzialmente analogo alla precedente versione del Rendiconto, con l’unica differenza rappresentata dall’accorpamento delle diverse disposizioni in un unico articolo con allegati”. Il giorno successivo, l’Aula del Senato ha dato il via libera definitivo al ddl sul rendiconto, con 152 voti favorevoli e 113 contrari, che quindi proseguirà il suo iter alla Camera.

Quello che ci si domanda, dunque, è se la fiducia ottenuta solo qualche giorno fa garantisca effettivamente al Governo una navigazione tranquilla verso la fine della legislatura. Se non si recupera un livello decente di coesione e di operatività, la stessa legge di stabilità e l’iter della manovra finanziaria rischiano di essere compromessi, con grave danno per una situazione economica generale che è già drammatica da tempo. Lo stesso Presidente della Repubblica ha spiegato più volte quali sono i requisiti per durare a Palazzo Chigi: avere la fiducia del Parlamento e garantire un’azione di Governo efficiente. E su questo secondo versante, sono pochi a ritenere che il voto di fiducia possa ridare vita a un Governo i cui veri problemi sono quelli del Presidente del Consiglio, gli stessi che esistevano prima del passaggio parlamentare sul rendiconto e che continueranno anche dopo la sua approvazione: la nomina al vertice della Banca d’Italia, il profilo del decreto sviluppo, l’impossibilità di azioni concrete per aiutare la crescita e, sullo sfondo, il determinante rapporto con la Lega che si va logorando ogni giorno di più. Tra l’altro, sebbene pare non ci sia più spazio per l’approvazione di provvedimenti come la riforma sulle intercettazioni, non è detto che il Governo non riesca ad approvare il ddl sulla prescrizione breve all’esame del Senato: se così fosse, il Presidente del Consiglio potrebbe evitare la sentenza di primo grado sul caso Mills.

In conclusione, rimangono forti i dubbi circa l’esistenza di un’effettiva e sostanziale politica governativa per la fine della legislatura: la democrazia, per essere tale, non può limitarsi a numeri e forme.



[1] Costituzione, articolo 81, coma 1: “Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo”.

[3] Resoconto della seduta della Giunta per il regolamento del 12 ottobre 2011 è disponibile al link: http://nuovo.camera.it/453?shadow_organo_parlamentare=1491&bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/201110/1012/html/15.

Francesca Petrini

Dottoranda in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, si è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ha conseguito il titolo di Master di II livello in Istituzioni parlamentari per consulenti d´Assemblea.

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