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Costituzione, sovranità, democrazia

Costituzione, sovranità, democrazia

La proposta di modifica dell’art. 1 della Costituzione: un’occasione per una riflessione sul senso stesso della democrazia

Dopo il milanese Lassini, che con i suoi manifesti “fuori le Br dalle procure” ha provocato un incidente con il Quirinale (ed un grande imbarazzo a Letizia Moratti), ecco il marchigiano Remigo Ceroni, che il 18 aprile scorso presenta una proposta di legge: si intitola “Modifica dell’articolo 1 della Costituzione, concernente la centralità del Parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica (4292), e mira a sancire il principio secondo cui la maggioranza può fare quello che vuole al di sopra di ogni equilibrio istituzionale. Se da una parte è anche possibile intravedere un bisogno di “governo” dietro questa proposta, altrettanto a ragione si può asserire che il presupposto è quello di un disamore per la politica in sé, che come molti sanno consiste nell’indispensabile ricerca del compromesso fra parti opposte, che si riconoscono legittimità e si rispettano vicendevolmente. Prova ne è che la Costituzione e le basilari norme del diritto diventano, nella proposta di Ceroni, un intralcio da superare: è lo stesso deputato a dichiarare “Abbiamo avuto tante leggi che il Parlamento ha dovuto contrattare con il presidente della Repubblica”, come se le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica fossero esercitabili, o fossero state esercitate, a scapito del governo Berlusconi, e non invece con il dovuto rispetto delle istituzioni democratiche. Dunque, se l’essenza del significato di democrazia è tutta nelle regole di garanzia e nel procedimento lungo, complesso e necessariamente compromissorio, ora si porta alla ribalta un concetto di democrazia come potere assoluto del popolo sovrano, dove la maggioranza di turno, una volta vinta la partita elettorale, non deve più render conto a nessuno nell’attuare il proprio indirizzo politico. È un dato di fatto che la proposta di legge sia figlia di un clima che nega il valore stesso delle regole, per cui chi vince le elezioni “piglia tutto” e le regole del gioco se le fa da solo.

La proposta di legge di modifica dell’articolo 1 della Costituzione, si legge nella relazione che accompagna la proposta, prevede infatti di modificare la gerarchia tra i poteri dello Stato: si critica fortemente l’operato degli organi di garanzia costituzionale, capo dello Stato e Corte costituzionale in primis, e si denunciano prepotenze ed abusi da parte di questi a scapito della “centralità del Parlamento”. Sempre nella relazione, non si fa segreto dell’intento di declassare le prerogative di alcuni poteri come Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale e magistraturaper riaffermare la superiorità gerarchica delle camere” dal momento che “non è possibile fare una riforma in senso presidenziale come vorrebbe Berlusconi”. E allora abbastanza evidente appare il fatto che, dietro la scusante di un’iniziativa presa a titolo personale, si cela di fatto uno sconnesso e mal impostato tentativo di “costituzionalizzazione del bonapartismo” imperante, da parte di un piccolo ma zelante interprete dei desideri più o meno noti dell’attuale Premier. Stante la gravità di una simile proposta, forse sconosciuta allo stesso Ceroni, il commento più composto e corretto da parte del Quirinale è stato un eloquente silenzio. Il Capo dello Stato ha infatti in più occasioni avuto modo di ribadire che la Costituzione è tutt’altro che immodificabile, in particolar modo per quanto riguarda gli aspetti relativi alla forma di governo o alla correzione dell’attuale bicameralismo perfetto e che, al contrario, intangibili sono i principi fondamentali sanciti nella prima parte della Costituzione.

Tecnicamente parlando, a leggere il testo della proposta Ceroni ci si rende facilmente conto di come essa sia mal strutturata e male articolata. Si noti infatti che i primi 12 articoli della Costituzione, come sostenuto da dottrina maggioritaria, concernono i principi fondamentali della Repubblica, considerati intangibili e pertanto immodificabili – si escluda adesso il caso dell’espresso divieto di revisione della forma repubblicana ex art. 139 Cost. –, mentre tutta la prima parte della Carta fondamentale riguarda i c.d. diritti e doveri dei cittadini: dunque, come pensare di intervenire sugli aspetti legati alla centralità del Parlamento modificando questa parte della Costituzione, piuttosto che porre attenzione sulla seconda parte, ovvero in particolare gli articoli 55 e seguenti, evidentemente atti a dettare e a definire valori e meccanismi istituzionali? E non a caso allora, riflettendo sul senso di certe proposte che vengono dalla maggioranza, ci si limita a riportare la cronaca di un ennesimo – e in questo caso, aggiungeremo, piuttosto azzardato ed incosciente – tentativo di stravolgimento dell’ordine costituito del nostro Stato di diritto, anziché di una seria e ponderata proposta di riforma costituzionale che, per sua definizione e natura, deve fondarsi sulla premessa di un patto tra le parti che si riconoscono legittimità e rispetto politico tra loro.

Ora, trattando del merito della questione, che l’Italia sia una democrazia parlamentare è noto ai più; che essa poi si caratterizzi per essere una democrazia rappresentativa, ovvero fondata sui tre pilastri del suffragio universale, del primato della Costituzione e della separazione dei poteri, dovrebbe essere altrettanto noto. Stante ciò, non si capisce il senso della proposta di modifica dell’articolo 1, e pare quindi che un rappresentante del Parlamento – e forse non solo uno – non abbia inteso il senso della differenza fra democrazia costituzionale e democrazia assoluta: se con il potere del voto popolare è possibile scalzare il primato della Costituzione e il principio della separazione dei poteri, sarà allora facile intuire come rapido e diretto è il percorso di trasformazione dell’ordinamento tutto verso quella che Alexander De Tocqueville, studiando l’equilibrio fra libertà individuale e potere democratico, definì (nel saggio La democrazia in America, scritto fra il 1832 e il 1840) “tirannia della maggioranza”, altrimenti detta democrazia assoluta ovvero dittatura parlamentare.

È bene allora soffermarsi a riflettere su ciò che primariamente significhi Costituzione. “Costituzione” di per sé è un concetto neutro che esprime la natura fondamentale e costitutiva di certe regole rispetto all’organizzazione della società: regola base dell’organizzazione sociale potrebbe anche semplicemente essere: “il potere è in mano al Re”. Di fatto, però, si parla di Costituzione solo a partire dal momento in cui nasce un patto fra cittadini – dunque non più sudditi – con il quale si intende limitare il potere e, allo stesso tempo, garantire i diritti. Un rapporto strettissimo corre fra questo concetto di Costituzione e quello di democrazia: è nelle Carte fondamentali che per la prima volta si sancisce il c.d. principio democratico, ovvero quel principio secondo cui tutti cittadini hanno diritto di concorrere alla formazione della volontà collettiva e all’elezione di almeno alcuni degli organi investiti dei poteri supremi. Dunque la sovranità è del popolo, e questo deciderà utilizzando il metodo più semplice ed immediato che esiste: il criterio numerico della maggioranza. Tutto ciò è valido e corretto; ma se ci si ferma a questo stadio dell’evoluzione del diritto e della società ci si troverà di fronte ad una democrazia assoluta. Quando normalmente ci si riferisce a sistemi democratici, infatti, si suole intendere democrazia costituzionale, ovvero ordinamenti fondati su Carte costituzionali che limitano il potere, distribuendolo e stabilendo le forme del suo legittimo esercizio. Ciò è proprio quello che fa l’articolo 1 della nostra Carta fondamentale: che la sovranità del popolo si debba esprimere “nelle forme e nei limiti della Costituzione” significa dunque temperare il criterio numerico della maggioranza, di modo che questa possa esprimersi liberamente, senza però discostarsi dalla tutela di valori ed interessi non solo propri.

Il punto allora è che, laddove si intenda riportare al centro dell’ordinamento il Parlamento, a nulla vale la “santificazione” della voce popolare: sostenere “così il popolo ha deciso e la questione è chiusa” equivale a una concezione strumentale della democrazia che assolutizza il potere e lo rende intollerante a qualsivoglia opinione contraria e a qualsivoglia limite. Si noti poi che, nella situazione attuale, l’ideologia del Capo eletto tramite plebiscito complica di fatto la vita interna della stessa maggioranza, costretta al silenzio dal Governo – e lo si vede nella dinamica parlamentare, frustrata sempre più spesso nel suo svolgimento dall’apposizione di innumerevoli questioni di fiducia, spesso pure congiuntamente alla presentazione di maxiemendamenti.

Dunque, se la questione sostanziale si incentra sul principio della separazione dei poteri e del loro reciproco bilanciamento, cardine di qualsivoglia legittimo esercizio del potere, ben s’intende come prevedere che il voto popolare elegga un vincitore assoluto, sovraordinato rispetto a qualunque organo di garanzia che “non goda di legittimazione popolare” (anche quando ciò non sia vero)[1], significa mortificare la sovranità popolare ad un momento, quello elettorale, terminato il quale sovrano è solo l’eletto dalla maggioranza, “sempre libero dal peccato e sicuro da ogni turbamento”. Prevedere nella Costituzione una gerarchia fra istituzioni secondo cui il Parlamento, in quanto eletto dal popolo, è posto al vertice di tutto l’ordinamento e non è soggetto al rispetto di “forme e limiti” nell’esercizio del suo potere, significherebbe annullare ogni forma di divisione dei poteri e lasciare che il potere legislativo sia arbitro del governo delle cose pubbliche, a discapito di ogni regola, di ogni procedimento, di ogni opinione dissenziente. Quello che viene quindi proposto dall’On. Ceroni (e con lui da tutti quelli che apertamente non hanno preso le distanze dal suo progetto di riforma) è sostanzialmente un modello solo apparentemente democratico, ovvero una democrazia plebiscitaria, lontanissima da ogni schema di costituzionalismo moderno, come nato nel 1789 quando i rivoluzionari francesi intesero l’esistenza di una Costituzione laddove la società regola la separazione dei poteri. Ebbene, se chiaramente il suffragio universale è uno dei pilastri fondativi dell’ordinamento democratico rappresentativo, il momento elettorale non è comunque dominus indiscusso del sistema costituzionale: così, il secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione, che la proposta Ceroni vorrebbe abrogare, recita “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Dunque, seppure sembri un paradosso, forse non sbaglia il Presidente Violante quando dice che la proposta “riecheggia pericolosamente la Costituzione staliniana del 1936, che affidava tutto il potere ai soviet”.

Se poi ci si chiede a cosa possa servire una modifica del testo della Carta fondamentale di tal fatta, non è facile trovare una risposta: a ben leggere la lettera della Costituzione agli articoli 55 e successivi, ci si rende conto che il Parlamento è già organo centrale del sistema parlamentare così come fu inteso all’indomani del secondo conflitto mondiale. Forse, quindi, l’unica cosa positiva di questo testo di modifica è il fatto di poter spingere a ridare potere agli elettori nella designazione dei propri rappresentanti in Parlamento, togliendola a quei signorotti di partito che con il “porcellum” si sono arrogati diritti del popolo sovrano. Chiaro è poi che, con la vigente legge elettorale, preclusiva di una scelta dei rappresentanti parlamentari da parte di cittadini, se passasse una riforma dell’articolo 1 come quella proposta dal deputato del Pdl, ancora più grave e forte sarebbe il carattere assoluto del potere concesso al Parlamento e quindi le conseguenze autoritarie che vivrebbero nella forma di governo. Inoltre, se necessità vera e sentita è quella di un progetto di riforma costituzionale che riporti il governo in Parlamento, rendendolo forte non solo sostanzialmente, in via di fatto, ma anche a livello formale, di modo che si realizzi un’effettiva democrazia governante – decidente, nella quale il Parlamento non sia spogliato dei propri poteri di indirizzo e controllo ed il governo possa altrettanto godere di legittimi e ordinari strumenti per attuare il proprio indirizzo politico, a leggere e discutere di proposte come quella del deputato Ceroni veramente ci si chiede quanto lontana sia dall’agenda parlamentare la politica vera.

In conclusione, affinché sia ancora più chiaro che le forme e i limiti della Costituzione in cui deve esercitarsi il potere per dirsi legittimo non sono un mero intralcio alla realizzazione dell’indirizzo politico del governo, si propone di seguito un pezzo tratto dal testo Democrazia in America di A. de Tocqueville:

Ciò che più rimprovero al governo democratico, nel modo in cui è stato organizzato negli Stati Uniti, non è, come sostengono molti in Europa, la debolezza, ma, al contrario, la forza irresistibile. E ciò che soprattutto detesto in America non è la libertà estrema che vi regna, ma le scarse garanzie che vi si trovano contro la tirannia.

Quando negli Stati Uniti un uomo o un partito patiscono ingiustizia, a chi volete che si rivolgano? All’opinione pubblica? Ma proprio essa forma la maggioranza. All’organo legislativo? Rappresenta la maggioranza e gli obbedisce ciecamente. Al potere esecutivo? È nominato dalla maggioranza e ne è strumento passivo. Alla forza pubblica? La forza pubblica altro non è che la maggioranza sotto le armi. Alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze; gli stessi giudici, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza. Per quanto il provvedimento che vi colpisce sia iniquo o irragionevole, non vi resta che sottomettervi.

Immaginate, invece, un organo legislativo composto in modo da rappresentare la maggioranza, senza essere necessariamente schiavo delle sue passioni; un potere esecutivo che abbia una forza propria, e un potere giudiziario indipendente dagli altri due: avrete ancora un governo democratico, ma non vi saranno quasi più rischi di tirannia”.

Viva l’equilibrio tra poteri, viva le regole, i limiti e le procedure, viva la democrazia!

 


[1] Intervista a Remigo Ceroni su La Stampa del 21 aprile 2011. Alla domanda “l’obiettivo è la magistratura o no?”, il deputato del Pdl risponde “Beh, non si può lasciare il Parlamento sotto scacco dalla magistratura e dalla Corte costituzionale , organi privi di legittimità popolare”.

Francesca Petrini

Dottoranda in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, si è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ha conseguito il titolo di Master di II livello in Istituzioni parlamentari per consulenti d´Assemblea.

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