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USA 2010: Guida al voto

USA 2010: Guida al voto

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Tutto quello che c’è da sapere sulle elezioni di midterm: Camera dei Rappresentanti, Senato e Governatori.

LA CAMERA – La Camera dei Rappresentanti è sul procinto di ritornare in mano repubblicana. Dopo 4 anni di presidenza Pelosi, contraddistinti da misure di ritiro delle truppe  dall’Iraq bloccate da Bush, dall’espansione della copertura sanitaria prima per i bambini e poi per i non assicurati, dalla riduzione delle emissioni carboniche e da altra legislazione progressista poi fermata dal Senato, il nuovo Speaker della Camera dovrebbe essere l’attuale leader della minoranza Gop, John Boehner

I sondaggi a poche urne dall’apertura delle urne lasciano ormai poche speranze ai democratici. L’impopolarità dell’Amministrazione Obama, la disoccupazione ormai stabilizzatasi da un anno sulla soglia del 10%, la disapprovazione record del Congresso e perfino la storia, tutto indica una vittoria repubblicana. Nessun partito negli ultimi 70 anni ha incrementato i propri seggi per più di tre elezioni di fila, e dal dopoguerra ad oggi è prevalso il divided government, almeno una Camera del Congresso controllata da un partito diverso rispetto a quello che esprime il presidente. Il 2010 si annuncia come un’altra elezione onda dopo la trionfale doppietta democratica del 2006 e del 2008. Era dalla seconda guerra mondiale che non si registravano scostamenti così marcati tra una consultazione e l’altra, e oggi come allora l’America vive il peso e la fatica di un costoso impegno militare e una situazione economica fragile.

Un altro fattore che penalizza i democratici è la distribuzione del loro consenso. Il partito di Obama raccoglie enormi consensi – superiori anche all’80% – nelle grandi aree urbane del Paese, un enorme patrimonio che si dilapida alla diminuzione della densità abitativa, fino a scomparire nelle aree rurali tipicamente dominate dai conservatori. Nella suddivisione dei 435 distretti congressuali sono maggioritari i collegi che hanno un orientamento repubblicano. Tradizionalmente si utilizza come unità di misura il Partisan Voting Index, che compara il voto delle ultime due elezioni presidenziali nel singolo distretto rispetto all’esito nazionale.  Esempio: se in un collegio X Obama ha preso il 53 e Kerry il 48 il PVI è pari, ovvero in quel distretto il voto si orienta esattamente come quello nazionale, e così via. Il distretto mediano dell’attuale Camera dei Rappresentanti è R+2, ovvero un collegio che vota repubblicano 2 punti percentuali  in più rispetto all’America nel suo complesso. I democratici sono riusciti a conquistare moltissimi collegi che preferiscono il Gop alle presidenziali grazie all’impopolarità di Bush, ai fallimenti della guerra irachena e all’incombente recessione, ma ora i distretti repubblicani stanno tornando verso casa, a parte nei casi dove l’incumbent  è un’istituzione molto popolare in quel territorio. Ma anche storici Rappresentanti come Ike Skelton del quarto distretto del Missouri, un R+14, stanno soffrendo il clima inquieto ed ostile verso il partito al potere.

In questo momento la media Pollster delle intenzioni generiche per il voto della Camera assegna ai repubblicani un vantaggio di 7 punti percentuali. Un margine che dovrebbe tradursi in una sicura maggioranza ed un incremento di più di 50 seggi per il Gop, che farebbe precipitare i democratici dagli attuali 256 a poco più di 200. I democratici sono inoltre penalizzati dalla significativa differenza che si riscontra tra gli elettori registrati e quelli probabili. La bassa partecipazione che caratterizza le elezioni di metà mandato, dove i giovani e le minoranze etniche votano molto meno delle presidenziali e gli anziani bianchi sono sovra rappresentanti rispetto al loro peso demografico, è un’ulteriore fattore che contribuisce al primato repubblicano. Il Gop dovrebbe recuperare più della metà dei circa 80 distretti congressuali vinti da Bush e rappresentanti dai democratici, mentre il partito di Obama potrebbe strappare solo un paio di collegi attualmente repubblicani. Secondo vari modelli statistici la maggioranza democratica potrebbe essere salvata solo da una significativa riduzione dell’attuale svantaggio demoscopico. Un gap di 2/3 punti potrebbe ancora permettere l’elezione di uno Speaker alleato di Obama, che però con ogni probabilità non sarà più Nancy Pelosi, ormai osteggiata da un piccolo ma consistente gruppo di democratici moderati. A poche ore dalle midterm  2010 non si rileva però ancora un movimento statisticamente significativo che possa impedire la vittoria repubblicana.

I GOVERNATORI – Oggi, 2 novembre, 37 Stati americani rinnoveranno le loro assemblee legislative e i loro governatori. La tendenza nazionale favorisce anche nelle consultazioni statali i repubblicani, che sfruttano l’attuale impopolarità dell’Amministrazione Obama.

Attualmente i democratici hanno 26 governatori contro i 24 repubblicani, ma i rapporti di forza si ribalteranno sicuramente a favore del Gop. Attualmente i sondaggi stimano che i repubblicani controlleranno 30 Stati su 50, mentre ci potrebbe essere un governatore non affiliato a nessuno dei due partiti. A livello geografico i democratici conserveranno le loro roccaforti sulle due coste, mentre nel Midwest il rischio del tracollo è concreto.

La messe di governatori repubblicana sarà sicuramente importante, ma il Gop rischia di perdere due Stati molti importanti come la California, il più popoloso degli Usa, e la Florida, lo Swing State per definizione. Nello Stato sul Pacifico la successione a Schwarzenegger vede come chiaro favorito Jerry Brown, attuale Attorney General. Brown è stato il più giovane governatore californiano, e ne diventerà probabilmente il più anziano a 28 anni dalla fine del suo primo doppio mandato. All’inizio della competizione la repubblicana Meg Whitman, Ceo di eBay, sembrava poter aver una concreta chance di vittoria, grazie anche alle spese record effettuate col suo ingente patrimonio personale. La California è uno Stato progressista, e il contemporaneo referendum sulla legalizzazione della marijuana sembra aver diminuito l’astensionismo della base liberal, under 30 in particolare.

In Florida invece la competizione tra la democratica Sink e il miliardario repubblicano Scott si gioca sul filo del rasoio. Lo Stato tende verso i conservatori, ma le primarie governatoriali hanno spaccato la base repubblicana. Scott è riuscito a ricompattare l’elettorato di destra, ma la Sink è riuscita a rimanere molto competitiva nonostante la pessima annata del suo partito. La  Florida sarebbe una vittoria importantissima per i democratici, che rischiano di perdere perfino lo Stato dove il presidente Obama ha costruito la sua carriera politica, l’Illinois. L’attuale governatore Quinn, che ha sostituito a inizio 2009 l’inquisito Blagojevich, ha vinto le primarie per pochissimi voti come il suo avversario repubblicano Brady. Il Gop può contare su una base più motivata e sull’impopolarità di Quinn, che sconta inoltre una grave smobilitazione dell’elettorato obamiano.

Anche nel vicino Ohio il governatore democratico Strickland sembra avviato verso la sconfitta, anche se i sondaggi concedono qualche chance in più. Strickland, che era stato un papabile candidato alla Vice Presidenza nel 2008, si confronta con l’ex Congressman Kasich, che ha gradualmente perso il suo netto vantaggio iniziale. Anche negli altri Stati del Midwest o nella confinante Pennsylvania si annuncia un ritorno al potere dei repubblicani. L’unico Stato della regione dei Grandi Laghi che il Gop potrebbe perdere è il Minnesota, che è stato governato negli ultimi 8 anni da un repubblicano.

Nel Nordest il Tea Party ha sicuramente condannato alla sconfitta il ticket Gop a New York, dove il figlio di Mario Cuomo potrà succedere al padre dopo 16 anni. Nel vicino Rhode Island l’ex senatore repubblicano Lincoln Chafee appare il  favorito di un’affascinante sfida a tre. Chafee ha abbandonato il suo partito diventando indipendente, e nel 2008 fece campagna per Obama. Anche per questo il presidente non ha sostenuto il candidato governatore del suo partito, che ha mandato a quel paese Obama. Altra competitiva sfida a tre si gioca in Colorado, dove la candidatura di Tom Tancredo ha raccolto la gran parte del bacino elettorale conservatore, che però sembra non bastare. I sondaggi danno per favorito il sindaco di Denver Hickenlooper, che riuscità a conservare lo Stato in mano democratica nonostante l’impopolarità dell’attuale governatore del suo partito.

I repubblicani si avviano a vincere nettamente la sfida a livello nazionale, ma se i democratici strapperanno al Gop California e Florida, mantenendo un grande Stato nel Midwest, potrebbero ottenere una narrativa mediatica non eccessivamente sfavorevole. In ottica futura sarà inoltre importante guardare il controllo delle assemblee legislative, che dopo il censimento del 2010 avranno il compito di ridisegnare i distretti congressuali della Camera.

IL SENATO – Il 2 novembre si rinnova anche poco più di un terzo del Senato, 37 seggi su 100. L’attuale maggioranza democratica, che conta 59 mandati, sarà sicuramente ridotta, e dovrebbe essere mantenuta a meno che l’ondata repubblicana sia travolgente. Con il margine rilevato dai sondaggi a livello nazionale il Gop non dovrebbe avere la forza di conquistare anche la Camera Alta, ma se i 15 punti di vantaggio registrati di Gallup si materializzeranno allora anche il Senato sarà conquistato dai repubblicani.

A questa tornata elettorale i democratici non strapperanno alcune seggio ai loro avversari, e la dimensione delle perdite è ancora incerta. Sicuramente perse sono le battaglie di North Dakota, Arkansas ed Indiana. Il ritiro a inizio 2010 di Byron Dorgan, senatore progressista del North Dakota, era stato il primo segnale dello svolgimento drammatico assunto dalle midterm per il partito di Obama. Poche settimane dopo la rinuncia alla terza corsa di Evan Bayh, senatore centrista erede di una famosa dinastia democratica, aveva altresì consegnato l’Indiana al candidato repubblicano. In Arkansas la moderata Blanche Lincoln ha vinto un’appassionante sfida alle primarie, ma la sua impopolarità era tale che nessuno scommetteva su una sua rielezione, anche se probabilmente il suo distacco sarà meno consistente di quanto immaginato a fine estate.  Tra i seggi lasciati liberi dai senatori repubblicani il Kentucky, il Missouri, l’Ohio e il New Hampshire avrebbero potuto diventare competitivo in un anno equilibrato, ma la tendenza repubblicana del 2010 ha escluso qualsiasi possibilità ai sogni democratici. In Florida e Alaska i candidati del Gop si sono divisi, ma la vittoria andrà a chi siederà nel gruppo repubblicano a inizio sessione.

Gli analisti e le stime basate sui sondaggi concedono poche chance ad un Senato a maggioranza Gop, che dovrebbe strappare 10 seggi per tornare a quota 51. Tolti i 3 seggi già assicurati, nei rimanenti sette le chance repubblicane sono molto buone, ma non tali da prevedere una vittoria completa. In ordine decrescente di possibilità appaiono indirizzati verso la colonna Gop i seggi di Wisconsin, Pennsylvania, Illinois, Nevada, Colorado e Washington. In Wisconsin l’eroe liberal Russ Feingold paga l’enorme inquietudine del Midwest, dove è acuta la crisi economica e alta l’impopolarità di Obama. Un senatore che sarà rimpianto da molti progressisti, che si erano innamorati di Feingold per i suoi voti contro il Patriot Act o la guerra irachena. Una simile dinamica penalizza il candidato democratico in Pennsylvania, dove il liberista Toomey appare il chiaro favorito, anche se il suo vantaggio si è ridotto nelle ultime settimane. In Illinois il passaggio ai repubblicani del seggio di Obama sembra l’esito più prevedibile, una sconfitta simbolo di queste midterm 2010. L’impopolarità del presidente gioca a sfavore di Giannoulias, gravato inoltre del fallimento della banca che appartiene alla sua famiglia. Più prevedibile invece era a inizio ciclo la sconfitta di Harry Reid, capogruppo della maggioranza democratica al Senato, da un po’ di anni molto impopolare nel suo Stato, il Nevada. Con un candidato meno estremo di Sharron Angle i repubblicani si sarebbero assicurati questo seggio da molte settimane, anche se alla fine Reid sembra destinato alla sconfitta. In Colorado l’incumbent democratico, Michael Bennett, è riuscito a risollevarsi nel finale, e la sfida si giocherà all’ultimo voto. Tradizionalmente le battaglie all’ultima scheda premiano i candidati che sfidano chi è in carica, un elemento che favorisce il repubblicano Ken Buck. Nello Stato di Washington la media dei sondaggi premia di pochissimo  la senatrice Patty Murray, ma nel rush finale il suo sfidante Dino Rossi appare con il vento nelle vele. Sulle sponde del Pacifico nordoccidentale le elezioni si svolgono per via postale, e probabilmente si assisterà ad un lunghissimo spoglio per decidere il vincitore. Anche con una sconfitta a Washington i democratici manterrebbero la guida formale del Senato, perché in caso di parità conta il voto del Vice Presidente Biden.

I repubblicani potrebbero sperare in un’altra vittoria da ottenere in West Virginia e California, mentre l’agognato Connecticut è ormai fuori portata. In West Virginia il popolare governatore democratico Joe Manchin è riuscito a risalire nei sondaggi grazie ad un notevole spostamento a destra della sua campagna elettorale, mentre in California il Gop ha espresso una candidatura troppo debole contro un’istituzione, peraltro molto ammaccata, come Barbara Boxer. A meno di uno tsunami repubblicano il Senato sarà ancora in mano democratica, ma se il gruppo Gop proseguirà l’ostruzionismo praticato negli ultimi due anni la paralisi della più influente camera legislativa mondiale appare come la più facile delle previsioni.

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