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Francesco Cossiga, il grande esternatore

Francesco Cossiga, il grande esternatore

“Io sono un provocatore di centro-sinistra”. Così si definiva Francesco Maurizio Cossiga, pochi anni orsono, in un libro intervista che ci permettiamo di consigliare (C. Sabelli Fioretti, L’uomo che non c’è, Aliberti ed., 2007).

Francesco Maurizio: due nomi pronti a trasformarsi, alla bisogna, in altrettanti pseudonimi – Mauro Franchi e Franco Mauri – immaginari opinionisti, uno di centrodestra, l’altro di centrosinistra, sui quotidiani più discussi degli ultimi anni (come Libero di Vittorio Feltri).

Nemico storico della sinistra movimentista, ammiratore di D’Alema, accusato di fascismo ma orgogliosamente antifascista, Cossiga sarà ricordato come un politico “irruducibile”, cioè impossibile da ricondurre ad un qualunque schema. Nel suo impressionante cursus honorum, ricoprì un ruolo politicamente significativo – per sua stessa ammissione – soltanto in due occasioni. La prima quando nel 1979, da presidente del Consiglio di uno dei governi di unità nazionale del dopo-Moro, diede l’assenso all’installazione dei missili americani in Italia, pedina fondamentale della corsa al riarmo che costituì, negli anni seguenti, il fulcro della strategia reaganiana per porre fine alla Guerra Fredda. La seconda quando, venti anni più tardi, ricevendo i reduci della DC nella sua stanza da letto (“avrebbero dovuto chiamarlo il patto delle mutande”) fu regista dell’unico vero ribaltone della storia repubblicana, facendo di Massimo D’Alema il primo ex comunista a Palazzo Chigi.

Nel giorno della sua morte, non sappiamo se il Cossiga politico sarà ricordato soltanto per questi due episodi, ma una congettura ci sembra già possibile. L’ottavo presidente della Repubblica italiana sarà ricordato soprattutto come uomo dello Stato e delle istituzioni. Un ruolo interpretato, nelle diverse cariche che ebbe a ricoprire, in due modi tra loro del tutto antitetici.

C’è infatti un anno, nella vita di Cossiga e nella storia d’Italia, che segna un punto di svolta fondamentale: il 1990. Prima, Cossiga non era stato che uno degli esponenti più in vista della vecchia DC. Famigerato “ministro di Polizia” nei sanguinosi anni ’70, oggetto di invettive e sfottò passati alla Storia (come il mitico “Rapiamo Kossiga. Nel senso di rapire”), era già più famoso di quanto il suo reale peso politico potesse far prevedere. Ma nel romanzo di quegli anni, il ribattezzato “Kossiga” rappresentava, a ben vedere, più una funzione narrativa che un personaggio a tutto tondo. Era infatti, essenzialmente, il simbolo dell’ “ordine reazionario” imposto del “regime democristiano”, per citare Camilla Cederna, oggetto dell’odio della sinistra extraparlamentare.

La sua straordinaria individualità, invece, era destinata a manifestarsi al grande pubblico solo molto più tardi, negli anni del Quirinale, ed in particolare negli ultimi due del suo mandato, iniziato all’insegna della più anonima sobrietà. Nel 1990 nasce il Picconatore e con lui inizia a morire la Prima Repubblica. Francesco Cossiga fa un uso massiccio – e a volte sconsiderato – delle prerogative presidenziali per combattere due battaglie, che con il senno del poi appaiono degne di un Don Chisciotte.

La prima battaglia è contro il Sistema. Un sistema politico, la “gloriosa Prima Repubblica dei partiti popolari di massa”, del quale si proclamerà tristemente orfano, ma che contribuì più di ogni altro a svilire e quindi ad abbattere. Abbandonato dal suo partito, avversato dall’opposizione comunista, apertamente accusato di eversione, Francesco Cossiga recita la parte dell’Arcitaliano infuriato contro un sistema ormai incapace di rappresentare il Paese. Il suo obiettivo è riformare, ripulire, rifondare: un ritorno a quelle origini davvero gloriose che Cossiga aveva vissuto, da ragazzo, all’indomani della Liberazione. Ben diverso è il risultato: tra le stragi di mafia e l’inchiesta di Mani Pulite la crisi della “repubblica dei partiti” diventa crisi a tutto tondo, istituzionale prima che politica, e conduce al nuovo bipolarismo in cui l’ ex presidente, come tanti ex democristiani, faticherà a trovare un posto.

La seconda battaglia, forse più importante, è in difesa di quel passato che non vorrà mai rinnegare: quello del “Kossiga Boia”, il Kossiga di Gladio, alleato fedele dell’America, nel suo anticomunismo patriottico (e per nulla ideologico) figlio della Guerra Fredda. Non è un caso che il Picconatore abbia trascorso i suoi ultimi anni a rivelare “verità” sulle stragi, dalla stazione di Bologna ad Ustica, del periodo più oscuro. Perchè Cossiga, solo tra gli uomini della Prima Repubblica, sentiva il bisogno di raccontare, di illuminare, quegli anni. E di difendere, nel farlo, il ruolo giocato da lui stesso e da tanti altri, amici e avversari.

Ma l’uomo delle esternazioni era già divenuto, nell’immaginario popolare, Cossiga il folle. L’abito del matto, da lui stesso creato, negli anni da presidente, per poter “dire la verità nella forma della follia”, aveva preso il sopravvento.

Cossiga ha additato i responsabili di Ustica e di Bologna, ma qualcuno gli ha forse creduto? Impossibile distinguere la vis provocatoria (del Cossiga Esternatore) dalla banale sincerità: impossibile credere a Cossiga il Rivelatore.

Volendo  giocare con i cliché più comuni, potremmo dire che due uomini, Cossiga e Andreotti, possedevano i segreti della vecchia repubblica. Dei due, il primo ha raccontato tutto, ma dopo essersi reso, forse di proposito, non-credibile. Il secondo non parlerà mai e così i misteri resteranno tali: materiale per gli storici, certo, ma soprattutto per gli scrittori, i romanzieri di una Storia che in Italia sembra eternamente destinata a tramutarsi in farsa.

Francesco Cossiga era troppo giovane per essere accostato ai padri fondatori dell’Italia repubblicana e troppo vecchio per essere ricordato come uno dei protagonisti degli ultimi anni. E’ stato, invece, fino all’ultimo, un uomo della Prima Repubblica: un suo protagonista, un suo detrattore e – infine – l’ultimo dei suoi nostalgici. In tutto questo, per tutto questo, un personaggio shakespiriano, tra Amleto e Re Lear, con qualcosa del Riccardo II, che abdica teatralmente alla sua sacralità di Re, come fece Cossiga con le dimissioni da presidente.

Da anglofilo qual era, siamo certi che avrebbe apprezzato il paragone.

Andrea Carapellucci

Andrea Carapellucci è avvocato in Torino e PhD in Diritto amministrativo.

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