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Elezioni legislative in Ungheria: ennesima svolta a destra

Elezioni legislative in Ungheria: ennesima svolta a destra

In Ungheria si è votato nella giornata di domenica per eleggere il Parlamento nazionale coi suoi 386 deputati. La Repubblica Magiara ha una forma di governo di tipo parlamentare…

e i deputati, eletti dal popolo con un sistema proporzionale, devono votare una volta eletti un nuovo governo (sempre i deputati votano anche il Presidente della Repubblica che però in Ungheria ha un ruolo quasi solo simbolico e prerogative molto meno rilevanti di quello italiano).

Dopo la complessa legislatura a guida socialista, la destra populista di Viktor Orban, già primo ministro dal 1998 al 2002, ha riconquistato la maggioranza in Parlamento. Ma questa volta con risultati sorprendenti.

Per la prima volta dal 1989, anno in cui si passò come negli altri paesi dell’Europa dell’est dal comunismo alla democrazia, un partito politico raggiunge la maggioranza assoluta dei voti. Si tratta dell’Unione Civica Ungherese (Fidesz) che ottiene oltre il 55% dei consensi e porta dritto il suo leader Orban ad un secondo incarico sulle sponde del Danubio.

Gran parte dell’affermazione della destra populista ungherese è dovuta in primo luogo ai vari scandali legati agli esecutivi socialisti, in primis quello dell’ex premier Ferenc Gyurcsány: ex comunista, poi divenuto leader del Partito Socialista (erede legale del Partito comunista magiaro) Gyurcsàny è stato una delle persone che più si è arricchito dalle ondate di liberalizzazioni successive al 1989. Divenuto premier è sempre stato molto contestato per la sua politica economica (cosa che gli costò la poltrona nell’aprile del 2009) e per il forte distacco che, in quanto politico, trasmetteva nei confronti dei cittadini.

Famoso è rimasto il video clandestino che, riprendendolo in una riunione di partito, lo vedeva elogiare la dissimulazione del governo nei confronti dei cittadini e le menzogne dette in campo economico.

L’episodio, che causò tumulti per le strade e ondate di proteste, gli è costata definitivamente la popolarità politica e il resto della sua gestione ha rappresentato una lenta agonia fino a quando non è stato sostituito dal suo ministro dell’attività produttive, il tecnico a-partitico Gordon Bajnai.

Orban e il suo partito si affermano grazie a questo aspetto. Ma non solo.

La crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008 ha visto l’Ungheria come uno dei paesi europei più colpiti dalla crisi e ha costretto le autorità magiare ad accettare un prestito del Fondo Monetario Internazionale per salvaguardare la situazione (è giusto ricordare in questo senso che l’Ungheria, a differenza della Grecia, non fa parte dell’Eurozona avendo come moneta di scambio lo storico Fiorino).

In questa complessa e delicata situazione politica ha avuto gioco facile, specialmente nel corso delle ultime europee, la destra radicale e xenofoba che ha potuto sfruttare il malcontento della popolazione nei confronti della classe politica. Ciò ha portato il partito della destra Jobbik e il suo leader Gabor Vona ad ottenere il 15% dei consensi in queste elezioni piazzandosi al terzo posto dopo il Fidesz e i socialisti (19%).

Vona unisce il malcontento nei confronti della classe dirigente magiara alle peggiori rivendicazioni, anche di tipo etnico, nei confronti delle minoranze slovacche e rumene. E già a Bruxelles hanno capito come è difficile trattare e considerare chi si rifà alle Croci Frecciate!

Ma da un certo punto di vista le sorprese devono ancora arrivare: se infatti era data per scontata la vittoria di Orban e molto probabile sia il calo socialista sia l’avanzate Jobbik, una sorpresa potrebbe essere rappresentata da quelle forze politiche che, non ottenendo il 5% dei consensi, non potranno sedere in Parlamento. Sia il partito d’ispirazione liberale Alleanza dei Democratici Liberi (SZDSZ) del sindaco di Budapest Gábor Demszky, sia lo storico Forum Democratico Civico (MDF) che fu da apripista per la rivoluzione pacifica del 1989 non sembrano, secondo i dati dell’istituto Szonda Ipsos, raggiungere il fatidico quorum del 5% del sistema elettorale proporzionale. A sorpresa invece supera il quorum il movimento di sinistra Politica Diversa (Lpm) che racchiude differenti partiti e forze social tra cui i verdi.

L’affluenza non si è discostata molto rispetto alle scorse politiche anche se si è registrata un certo calo percentuale tra gli 8 milioni di cittadini aventi diritto.

Sicuramente il nuovo Parlamento di Budapest sarà composto da quattro partiti politici, ma per avere il quadro definitivo della situazione bisognerà aspettare il secondo turno fra due settimane che assegna i seggi non assegnati col proporzionale.

Il nuovo governo di Orban sembra dunque avere tutti i numeri per governare il paese. Il compito senza dubbio sarà immane: risollevare economicamente, ma anche moralmente, uno dei paesi europei maggiormente colpito dalla crisi. E’ ipotizzabile comunque che peggiorino i rapporti tra Budapest e la Commissione Europea e tra l’altro bisognerà stare attenti all’emergere e all’influenza politica che potrà esercitare il partito di estrema destra Jobbik in tutto il paese.

Le sfide sono tante, le premesse non sono buone. E se consideriamo che Viktor Orban è un grande ammiratore del Presidente del Consiglio italiano Berlusconi possiamo ben dire che qualcuno, nei palazzi di Bruxelles, già da oggi sa che a livello comunitario ci sarà una gatta da pelare in più.

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

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