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Le deposizioni di Blair sull’Iraq

Le deposizioni di Blair sull’Iraq

blair.jpg Qualche considerazione sulla deposizione di Tony Blair presso la commissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq.

Nella giornata di venerdì  29 l’ex primo ministro britannico Tony Blair ha dovuto testimoniare a Londra, in quanto “persona informata dei fatti”, davanti ad un’apposita commissione istituita per far luce sulla seconda guerra del golfo, avvenuta in Iraq nel 2003. Si tratta di un evento politico molto complesso che suscitò, sin dai primi dibattiti nella seconda metà del 2002, aspre polemiche ed accuse reciproche.

Questa commissione, che non è un commissione giuridica ufficiale e che quindi non può  emettere sentenze (se escludiamo quella dell’opinione pubblica), ha visto nell’arco della settimana un viavai di veri “big” della politica britannica che furono in un senso o nell’altro coinvolti nelle trattative per l’entrata in guerra. Uno dei primi a deporre è stato il segretario alla giustizia Jack Straw che al tempo dei fatti era segretario agli esteri ed è stata molto attesa anche la deposizione dell’ex portavoce di Downing Strett Alistair Campbell (che tra l’altro ne ha approfittato per fare della sua deposizione una vera e propria lezione di giornalismo).

Il Regno Unito effettivamente è stato, dopo ovviamente gli Stati Uniti, il più grande sponsor dell’operazione contro Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa illegali e di fiancheggiare il terrorismo di matrice islamica

Questo forte legame Usa-Uk è stato rappresentato per anni dal binomio B&B (Bush e Blair) che, pur essendo esponenti di forze politiche ben diverse, in quel periodo mostrarono un grado di compattezza ed una comunanza di veduta a dir poco sorprendente.

Dopo molti anni, con un Iraq formalmente democratico e con un difficile cammino di ricostruzione e di compromesso tra le varie etnie nazionali, e con Saddam Hussein fuori dalla scena, non si hanno ancora prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa, mentre non si è certi del legame tra Al Qaeda e l’ex dittatore di Baghad.

Tony Blair dunque aveva molto a cui rispondere. Si è presentato davanti alla giuria alle ore 9 del mattino e “l’interrogatorio” si è concluso dopo ben sei ore.

Nel corso della seduta, numerose sono state le domande a Blair, e ad una di queste l’ex premier ha saputo rispondere con ben 60 minuti di “giustificazionismo” nei confronti del suo operato e con varie affermazioni della serie “non mi pento di nulla”.

Blair ha iniziato spiegando quale, secondo lui, è la genesi dell’interventismo britannico nel 2001 (Afghanistan) e nel 2003 (Iraq): a seguito dell’attacco dell’11 settembre del 2001 nulla è stato più come prima, e questo vile atto terroristico non è stato solo una sfida agli Stati Uniti d’America come nazione, ma all’Occidente tutto.

Già da questo primo tipo di risposta, tra l’altro molto condivisibile se non ovvia, emerge una visione a tratti manichea delle relazioni internazionali nello stile di Samuel Huntington, secondo cui, a seguito della fine delle ideologie, sono le “civiltà” con le loro profonde differenze a scontrarsi (ma Blair non era il fautore della “vittoria del pragmatismo” a seguito della fine delle ideologie?).

Assodato dunque quale fosse la radice del problema e le ragioni per cui era necessario rafforzare la “special relationship” USA-GB, Blair ha continuato la sua deposizione dichiarando di credere realmente all’esistenza di armi pericolose nelle mani di Saddam. Ha dichiarato che per quanto riguarda il legame col terrorismo islamico esso si sarebbe potuto sviluppare nel corso degli anni con Saddam sempre al potere e infine ha concluso dicendo che rifarebbe tutto come prima, che non c’è niente di cui scusarsi e che se fosse per lui “il prossimo sarebbe l’Iran”.

Effettivamente, se si vuole prendere alla lettera la dottrina blairiana qui esposta, bisognerebbe al più presto intervenire contro l’Iran in quanto paese che senza dubbio sta sviluppando forme di armi nucleari e che appare una minaccia nei confronti di alcuni paesi vicini (per non parlare poi della condotta iraniana sulla negoziazione nucleare e sul tentativo di tenere segreti alcuni impianti per l’arricchimento dell’uranio). Da questo punto di vista, valutando che l’Iran come Saddam reprime costantemente i propri oppositori politici, il regime di Teheran appare molto più pericoloso!

Ovvio che i molti familiari delle vittime del conflitto iraqeno, che aspettavano Blair fuori dal palazzo della commissione, si sarebbero aspettati delle scuse da parte di uno degli artefici principali di questo discusso conflitto. E avevano assolutamente ragione.

La deposizione dell’ex primo ministro britannico però, tralasciando le sue responsabilità sulla condotta delle guerra che sono senza dubbio opinabili, può insegnarci qualcosa di più sulla visione politica di Blair e sulle argomentazioni con cui ha cercato di difendersi: uno dei più grandi elementi che colpì l’opinione pubblica internazionale (personalmente ho un ricordo molto vivo dei mesi di preparazione al conflitto) fu il fatto che il laburista Blair, colui che aveva rappresentato un modello ed un esempio per tutta la sinistra internazionale, sembrava avere una visione uguale a quella di uno dei principali teorici della politica neo-conservatrice come George W. Bush, con cui aveva inoltre ottimi rapporti.

Inutile dire che a molti in quel periodo Blair è apparso un traditore (ricordo molto bene la reazione di un corteo contro la guerra in Iraq nell’aprile 2003 quando ebbe le sventurata idea di passare sotto l’Hotel Anglo-Americano di Roma) e quasi nessuno riuscì a trovare una forma di giustificazione o di motivazione al suo comportamento.

Col passare del tempo forse si è riusciti a configurare meglio il problema: fermo restando che ciò che avvenne in Iraq fu uno scandalo e che i principali interessi da parte delle potenze occidentali riguardavano e tuttora riguardano le risorse petrolifere, è anche giusto considerare l’operato di Blair in un’ottica quasi “non-europea”. Non tanto perché egli si è avvicinato a Washington e allontanato dall’asse Parigi-Berlino, ma perché la tradizione politica britannica e la sua conseguente visione della politica estera porta ad un certo tipo di “interventismo”, questo sì “senza se e senza ma”, che non risparmia neppure quelle forze che invece dovrebbe essere fautori di un modo pacificato a basato sul multilateralismo (il Partito Laburista, per quanto partito di  centro-sinistra, è assolutamente una forza politica ben diversa da quelle socialiste continentali, ed una macroscopia prova di ciò fu il periodo della guerra fredda che vide un Labour Party fortemente anticomunista tanto da non necessitare di alcuna forma di “Bad Godesberg”). Basti pensare che sul conflitto iracheno si registrò un consenso da parte sia dei Conservatori che dei Laburisti (anche se molti deputati e qualche ministrò si dimisero dal partito per l’iniziativa del loro primo ministro), con la sola significativa eccezione dei Liberaldemocratici.

Senza limitarci a dire che Blair ha sbagliato, e che continua a sbagliare quando non rinnega ciò che per lui appare evidentemente non rinnegabile, forse ora abbiamo compreso cosa lo ha spinto ad agire e ad agire in quel modo. O almeno, lo abbiamo compreso parzialmente (non possiamo entrare nelle menti ltrui).

Non sarà la risposta definitiva e non spiega molte altre controversie della politica di Blair, come quando dichiarò di sostenere, nel corso della campagna presidenziale del 2004, la rielezione del repubblicano Bush contro il progressista Kerry. Ma senza dubbio può essere utile per capire al meglio non solo il “Blair pensiero”, ma anche cosa ci rende così diversi, e per certi versi così simili, alle istituzioni e alla visione della “perfida Albione”.

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

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