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Chiacchiere e tabacchiere di legno il Banco di Napoli non le prende in pegno

Chiacchiere e tabacchiere di legno il Banco di Napoli non le prende in pegno

Vecchio detto napoletano tradotto in italiano e dall’evidente significato.

Parliamo di imprese e facciamo il caso di un’azienda che ha pesantemente ristrutturato traendo le necessarie risorse da finanziamenti bancari. Ipotizziamo che la medesima axiende, in esito a tutto questo, ad una analisi di merito creditizio mostri di essere in tensione finanziaria. Quale sarà il punto di vista della banca che, richiesta di un ulteriore supporto, dovrà decidere?

La situazione sic et simpliciter ovvero la storia e le prospettive dell’azienda che si è ristrutturata per conseguire una maggior competitività e quindi una redditività più elevata? Se stiamo parlando di aziende sane e ben gestite, la risposta è semplice: la prevista redditività documentata in un credibile business plan prevarrà e l’impresa riceverà nuove risorse ovvero potrà ristrutturare i suoi cospicui debiti. Tradotto: se non si guadagna non si possono ripagare i debiti né bassi né alti. Non fanta-economia, quindi, ma banalissimo buonsenso.

Trasposto nella realtà  ed a livello delle nazioni, il criterio non cambia. La debolezza della Grecia, della Spagna, del Portogallo e dell’Irlanda non sta tanto nel livello di indebitamento ma nella manifesta incapacità di presentare credibili prospettive di crescita economica o crescita dello scioccamente vituperato PIL. Piaccia o meno non fa differenza. Funzionano così i mercati. Se l’Irlanda ha deciso di sorbire l’amaro calice del risanamento introducendo interventi durissimi e dolorosi, non altrettanto vale per la Grecia. Pare dura anche la situazione di Spagna e Portogallo che avendo avuto come principale driver di crescita l’edilizia pesantemente ed irrimediabilmente crollata, non sono in grado di imboccare possibilità di crescita credibili. Almeno a breve.

Sostanzialmente da questo nascono le incertezze del mercato e le tensioni sul debito greco e quello degli altri paesi elencati. Berciare contro la speculazione è l’arte degli incapaci e dei professionisti del benaltrismo. Nel caso greco oltre che di incapacità, si parla di governi delle tre carte che hanno falsificato la contabilità nazionale oltre ad aver sgovernato per anni. Ma di errato governo dell’economia si può parlare anche per i paesi del quartetto dei paesi elencati ed indicati con l’acronimo PIGS: Irlanda e Spagna soprattutto hanno fondato la loro crescita, i loro sistemi di welfare e di tassazione sul settore delle costruzioni senza il quale sono entrati in drammatica crisi pur avendo un debito pubblico inferiore a quello italiano.

Trovate qui il termine crescita indicato come rimedio ad una situazione di difficoltà nel senso sopra indicato di fonte di risorse per ripagare i debiti con l’accezione ulteriore, parlando di nazioni, di tener presenti esigenze interne di economia e coesione sociale nello scenario dell’€uro che rende impossibile per una nazione che nell’€uro rimanga di fare manovre diverse come ad esempio la svalutazione. Se però non vengono fatti radicali e dolorosi interventi di risanamento, un paese rischia il default. Fa la fine dell’Argentina insomma. E vanno alla malora i debiti di quel paese mettendo in braghe di tela i creditori che nel caso della Grecia, non sono i privati se non in piccola misura, ma istituzioni finanziarie e banche per la maggior parte europee per centinaia di miliardi di €uro. La fine del mondo insomma. Ed una siffatta infausta evenienza, per effetto di “contagio” di sfiducia coinvolgerebbe gli altri paesi problematici del PIGS senza escludere l’Italia.

Non basta. Nelle valutazioni del mercato, oltre ai parametri più conosciuti, giocano anche fattori di lungo termine assai poco immediati da percepire e poco visibili quali la spesa pensionistica. Tutti coloro che oggi sono nel mondo del lavoro e versano la loro contribuzione previdenziale, maturano un credito verso il sistema che dovrà essere onorato dal momento della pensione in poi. Non so quanti zeri servano a scrivere i numeri che quantificano questo che comunque è un debito che pesa sullo Stato in Italia e quasi  dappertutto. Eppure in un momento come questo, occorre farci più di un pensiero: anche per fronteggiare questi impegni l’unica strada è quella della adeguata crescita economica. Ne ha scritto il Sole 24 Ore “Come governare (e ridurre) il debito dei paesi occidentali” facendo riferimento ad uno studio della Bank of International Settlements (BIS) che si occupa esattamente dell’argomento titolandolo The Future of Public Debt: Prospects and Implications (Il futuro dei debiti pubblici: prospettive ed implicazioni) nel quale si occupa di molti paesi inclusi Inghilterra ed USA. Vi si indicano alcuni scenari a designare un range di ipotesi che sarebbe troppo lungo raccontare qui. Leggere il documento si può. E forse si dovrebbe. In sostanza l’analisi di BSI tende a presentare come foriero di pericolosissimi squilibri sui bilanci pubblici gli andamenti di lungo termine delle entrate fiscali in flessione e l’impatto crescente di spesa pensionistica e sanitaria.

Si parla anche di Italia nel rapporto della BSI e nell’articolo del Sole 24 Ore (linkato) il quale sostiene che, per fortuna, l’Italia è fuori dai PIGS avendo prospettive migliori. Rimane il fatto che per l’Italia il peso crescente della spesa pensionistica sul PIL ha imposto di prelevare 60 Miliardi 60 di € dalla fiscalità generale per destinarli alla previdenza. E questo a prescindere dalla valenza della cosiddetta riforma di tremonti di cui parlano i Prof. Tito Boeri ed Agar Bugiavini nell’articolo su La Voce dal significativo titolo La riforma che vale quanto Kakà e, aggiungo che taglia fuori i giovani da un decente futuro pensionistico.

Rimane il fatto che l’Italia è in una obiettiva situazione di debito elevato, deficit e bassa crescita quindi esposta al contagio di tempeste finanziarie ed innalzamento dei tassi di interesse che rischierebbe di essere traumatico. Sia chiaro che l’intento non è quello di drammatizzare. La moda di ignorare o nascondere i rischi sia pure potenziali che possono presentarsi significa semplicemente rinunciare a capire “Cosa rischia ora l’Italia” (scritto dal Prof. Zingales). Il dramma del debito, della bassa crescita, della difficoltà a cogliere le opportunità offerte dalle potenzialità di sviluppo del mezzogiorno, la bassa produttività sono purtroppo problemi endemici le cui responsabilità sono tanto antiche e diffuse da rendere inutile ogni colpevolizzazione. Oggi, qui ed ora, senza fare professione di ottimismo o di pessimismo, ha senso solo rispondere serenamente ed onestamente ad una domanda: non essendo cambiato nulla, e sono passati inutilmente due anni di nuovo governo, perché mai la crescita del dopo-crisi potrebbe o dovrebbe essere superiore a quella asfittica ed insufficiente del pre-crisi?

Non è tempo di tatticismi, non è  tempo di operare in funzione di scadenze elettorali di cui tener conto a fini elettoralistici. E’ invece il tempo della responsabilità, della presa d’atto di ciò che non funziona, delle soluzioni drastiche e di lunga prospettiva. Più che mai, al governo incombe l’onere di agire per il futuro del paese.

 

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