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L’aggravante “Facebook”

L’aggravante “Facebook”

Dall’aggressione a Berlusconi a quella al Papa: i social network nel mirino (anche di una recente proposta di legge). 

Forse ha ragione Francesco Cundari a sostenere che “un gruppo su Facebook, fosse anche a favore del cannibalismo o della automutilazioni genitali, non è una notizia“.

O forse, nel nostro sgangherato fine decennio, faremmo meglio a scrivere: “un gruppo su Facebook non dovrebbe essere una notizia”. A furia di scambiare i desideri per realtà si rischia di sbarrare gli occhi per lo stupore (e rimanere inermi) di fronte a misure che invece non stupiscono affatto.

Come il disegno di legge presentato lunedì 21 dal senatore PDL Raffaele Lauro, in cui si ipotizzano dai 3 ai 12 anni di carcere per chi commetta il (novello) reato di “istigazione ed apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano telefono, internet e social network” (sic).

Avevano dunque ragione i promotori di “Libera Rete in Libero Stato” e AgoràDigitale a invitare a non abbassare la guardia nonostante fosse sfumata l’idea di un decreto-bavaglio di emergenza, e organizzare rispettivamente una manifestazione di protesta e unapetizione per bloccare la follia censoria del governo.

Perché di follia si tratta.

Prima di tutto non si capisce per quale ragione “se il fatto è commesso avvalendosi di comunicazione telefonica o telematica, la pena è aumentata“: sarebbe più grave scrivere “voglio uccidere Berlusconi” sulla bacheca di un gruppo di Facebook che urlarlo con un megafono fuori da Palazzo Chigi? Più grave diventare membro di “10, 100, 1000 Massimo Tartaglia” che diffondere comunicati scritti di stampo neobrigatista? E perché? In quale modo arrecherei una minaccia più concreta al Premier nel primo caso?

La spiegazione arriva poche righe dopo: “l’aggressione a Berlusconi ha evidenziato la necessità di intervenire sul fenomeno diffuso, caratterizzato da esortazioni alla violenza e all’aggressione mediante discorsi, scritti e interventi che, in virtù delle moderne tecnologie informatiche, riescono ad acquisire una rilevanza mediatica significativa“. Si tratterebbe di una questione di numeri: il megafono o i volantini non raggiungono milioni di persone, mentre Facebook è ovunque.

C’è una replica a questa linea argomentativa, ed è molto semplice: la “rilevanza mediatica significativa” non è ottenuta “in virtù delle moderne tecnologie informatiche”, ma tramite la grancassa degli organi di informazione tradizionali; e cioè la carta stampata e la televisione. Se non ci fosse il giornalista di turno impegnato a scambiare la creazione di un gruppo su Facebook per un fatto da prima pagina, infatti, la “rilevanza mediatica” dei gruppi pro-Tartaglia (così come quella dei gruppi negazionisti, pro-mafia o pedofilia) sarebbe di gran lunga inferiore. E invece, proprio perché qualunque idiota in cerca di notorietà sa di poterla ottenere in mezz’ora, i gruppi si moltiplicano. Si crea così un meccanismo malsano per cui le prime pagine e i servizi di Studio Aperto nutrono i gruppi e i gruppi nutrono le prime pagine e i servizi di Studio Aperto, ottenendo un equilibrio che fa comodo a entrambi.

Peccato che a rimetterci siano tutti quanti non facciano un uso idiota né del giornalismo né della rete. Per fortuna, una schiacciante maggioranza. Ricordo a Lauro (ma anche ai Maroni, alle Carlucci e agli Alfano di turno) che gli iscritti a Facebook sono oltre tredici milioni, e che di questi soltanto poche migliaia passano il proprio tempo minacciando di morte il prossimo su gruppi di dubbio gusto. Altro che fenomeno “diffuso”. Basta chiudere i giornali e trasferirsi in rete, per capirlo. E per capire che se quei gruppi esistono non è perché esiste la rete, ma perché esiste un disagio reale (e non virtuale, come si vorrebbe far credere) che una minoranza della popolazione non riesce a esprimere che con insulti e minacce. Dubito che un disegno di legge possa dissuaderli dal continuare a farlo.

Invece di imputare ai social network la colpa del folle gesto di Tartaglia, il governo pensi a dare una speranza a chi non ha lavoro e forse non l’avrà per tutta la vita; a chi chiede il rispetto delle Istituzioni ed è costretto a testimoniarne continuamente il vilipendio; a chi dalla politica si aspetta proposte, e non ultimatum.

Solo a questo modo la rete rifletterà l’immagine di un Paese diverso e, forse, più tollerante.

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