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Recensione/1 – “Non pensare all’elefante”

Recensione/1 – “Non pensare all’elefante”

Inauguriamo oggi le recensioni del venerdì: libri, film, spettacoli, manifestazioni che hanno a che fare con la politica e i temi di cui si occupa Termometro Politico.

Partiamo dal libro Non pensare all’elefante!, di George Lakoff.

Autore: George Lakoff, tra i più noti linguisti viventi, è tra i fondatori della linguistica cognitiva. Insegna presso il dipartimento di linguistica della University of California a Berkeley.

Titolo: Non pensare all’elefante! (originale: Don’t think of an elephant!)

Edizione: Roma, Fusi orari, 2006

Pagine&Prezzo: 185 pp., € 12,50

Uno sguardo generale

 

Non pensare all’elefante! è una raccolta di saggi scritti dal 2001 in avanti. Lakoff coniuga, in questo testo, la sua formazione scientifica (in particolare nel campo della linguistica cognitiva, cui ha dato contributi molto importanti negli anni Settanta e Ottanta partendo dalla semantica generativa) e l’autentica indignazione politica di un democratico che sentiva attorno a sé un dibattito politico imperniato sulle parole d’ordine della destra conservatrice.

A prescindere dal valore più squisitamente ideale, però, il libro si presta a fare da introduzione a temi essenziali per capire il discorso politico – e più in generale i meccanismi del linguaggio umano – in modo divulgativo, con un tono conciso e molto accattivante.

Temi

Tutto parte dal concetto di frame. Cioè la cornice, l’inquadratura attraverso cui non solo comunichiamo ma categorizziamo la realtà: è il pezzo di mondo che decidiamo di guardare e isolare dal resto, trovando elementi e scenari che si incastrano a vicenda: sentire, o immaginare, per esempio la parola ‘ospedale’ attiva nel nostro cervello uno schema, che si compone di ruoli o elementi (medici, pazienti, infermieri, ma anche bisturi, stetoscopi, sale operatorie, sale d’attesa) a loro volta intrecciati secondo ben precisi scenari (il medico opera il paziente nella sala operatoria usando un bisturi). Queste connessioni mentali sono impresse nel nostro cervello sulla base dell’esperienza: un paziente che opera un medico nella sala d’attesa, per esempio, non rientra nella categorizzazione astratta di ‘ospedale’ che abbiamo consolidato nella nostra mente.

I frame sono centrali in politica, perché portano significato anche là dove sembra che non ce ne sia. In una parola, il linguaggio non è mai neutrale: è un processo cognitivo come gli altri, che risponde a impulsi come i nostri valori, o l’intento comunicativo che ci prefiggiamo quando parliamo con una persona. E qui tornano i frame, perché riempiono i buchi di significato attivando reti neurali ben precise nel nostro cervello.

Per dire: che cosa vi viene in mente leggendo la parola ‘sgravio‘, o ‘sollievo‘? Di sicuro il cervello si attiva richiamando un’idea di pace, rilassamento, conforto, consolazione.
Se leggete ‘scudo‘ pensate magari a molti diversi tipi di scudo, che hanno però tutte in comune l’idea della protezione e della difesa.

Ed ecco perché misure potenzialmente controverse come le riduzioni fiscali per i ricchi decise da Bush, o il condono fiscale recentemente approvato dal Parlamento italiano, non sono presentate nella ‘cornice’ tendenzialmente sfavorevole, non richiamano i frame del privilegio a chi è più fortunato a danno dei più deboli o della scappatoia per imbrogliare lo stato e i lavoratori onesti che pagano le tasse. Veicolano invece un’idea diversa: le tasse sono un peso ingiusto, che dev’essere alleggerito ogni volta che è possibile. E lo Stato deve proteggere e perdonare i suoi cittadini se riportano capitali nel proprio Paese. In una parola, deve dargli sollievo facendogli da scudo.

I frame non sono sempre manipolazione, mette in guardia Lakoff, fanno parte del modo in cui pensiamo e parliamo. L’importante è saperli conoscere e riconoscere, e – per i progressisti – non cadere nella trappola del pensare all’elefante (che per inciso è anche il simbolo del Partito repubblicano); in una parola, per vincere bisogna essere consapevoli dei propri valori e non dare per scontato il linguaggio dell’avversario.

La sua prospettiva si muove nel contesto americano, però è probabilmente applicabile anche al nostro. Nel momento in cui il libro veniva scritto (2001-2004), i progressisti (centrosinistra, per noi) scontavano un grave ritardo nella costruzione del linguaggio e non sapevano comunicare i propri valori: i conservatori erano stati più bravi, riuscendo a creare una ‘guerra civile culturale’ che gli ha permesso di incorniciare il dibattito e di far credere all’opinione pubblica di essere gli unici dotati di valori.

Lakoff ci dice che spesso i progressisti non capiscono i conservatori, pensando che siano stupidi. Ma in realtà è vero l’esatto contrario: i conservatori sono intelligenti. Pensano. E costruiscono significato, investendo nella formazione e nel coinvolgimento di dirigenti e attivisti. Rafforzando un impianto ideale – se non ideologico – anche nell’esperienza di governo.

Oltre l’elefante

È difficile dire quante delle osservazioni di Lakoff sulla crisi del Partito democratico restino attuali dopo il declino del bushismo e la vittoria elettorale di Obama – al quale l’autore ha riconosciuto sin dagli inizi grandi capacità di empatia e di framing -. Però l’impianto, o comunque molti elementi, sono certamente validi per la situazione italiana: il centrosinistra è stato brevemente al governo tra il 2006 e il 2008 senza riuscire a far vincere una sola idea nel Paese – escluse forse le liberalizzazioni, che hanno peraltro avuto un percorso accidentato e non sempre coerente -, e ora si ritrova all’opposizione dovendo ripartire, dopo la breve stagione del veltronismo che cercava di rappresentare una novità almeno sotto il profilo comunicativo, anche strutturando un linguaggio e proponendo schemi e frame che tendono a essere spinti in un angolo anche dalle forze politiche e dai media di centrosinistra. Che, per andare all’attualità, non trovano la forza di opporre all’etichetta ‘processo breve’ una visione di linguaggio alternativa (una l’ha proposta, non si sa quanto consapevolmente, Marco Travaglio: ‘ammazzaprocessi’; ma perché non ‘strozzaprocessi’, ‘tagliasentenze’ o ‘processo a scadenza’?).

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

1 commento

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  • Molto interessanti le argomentazioni di La Koff ma le intuizioni del linguista sono confermate e spiegate dalle ricerche dei neurobiologi ( J. Panksepp, G. Edelman, A. Damasio ecc) che spiegano i processi neurali sottostanti le scelte ed i comportamenti dei soggetti, mossi dai processi cognitivi “primari”, cioè mossi dalle strutture cerebrali antiche che evolutivamente ci sono pervenute, e che in particolari situazioni “emozionali” ci inducono a comportamenti pre cognitivi e pre rflessivi. I frame sono solo l’aspetto formale/linguistico di un sottostante processo neurale ora ben compreso

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