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Gli italiani e l’Europa: più ombre che luci

Nei confronti dell’Europa c’è sfiducia, e gli italiani vorrebbero più poteri per gli stati nazionali. Eppure, sulla politica migratoria…


Nel sondaggio realizzato da Quorum per Sky TG24 è emerso come gli italiani siano complessivamente ben poco “euro-scettici” in senso stretto: non solo coloro che auspicano un referendum per la permanenza dell’Italia nell’Euro sarebbero in minoranza, ma se si tenesse una consultazione di questo tipo 3 elettori su 4 voterebbero per restare nella moneta unica. In quel sondaggio abbiamo visto come, quando si parla di temi economici, gli italiani siano ben consapevoli dei rischi di un’uscita dall’Euro, e del fatto che le maggiori responsabilità per la condizione non esaltante dell’economia italiana siano da addebitare più al nostro paese (e alle sue classi dirigenti) che al più grande ed influente dei paesi europei, cioè la Germania.

Fin qui il piano economico. Ma vi sono altre questioni su cui invece il giudizio relativo all’operato delle istituzioni europee è molto più critico, e ci fa capire come non basti appurare come la contrarietà all’Euro sia minoritaria per annoverare l’Italia tra i paesi “euro-entusiasti”.

Vediamole, queste altre questioni, a cominciare dal giudizio complessivo sull’operato della UE. Come mostra il grafico, prevalgono le opinioni critiche: sono il 47,8%, a fronte di un 28,6% che ne dà un giudizio “neutro” e di un 21,4% che esprime un giudizio positivo. È significativo come non ci sia praticamente nessuno che esprime un giudizio “molto positivo” (solo l’1%).

Come è intuitivo, si riscontrano forti differenze tra gli elettorati dei diversi partiti. Gli elettori del PD sono quelli più “benevoli”, con il 43% che dà un giudizio positivo (ma, anche qui, sono davvero pochissimi quelli per cui il giudizio è “molto positivo”). Mentre gli elettori dei due partiti di governo sono i più critici, con un tasso di “bocciature” che si avvicina al 60% – o addirittura lo supera, nel caso della Lega (dove i giudizi “molto negativi” sono pari a un quarto del totale).

Dal giudizio “retrospettivo” (cioè basato sull’operato della UE in passato o tutt’al più nel presente) passiamo alla visione “prospettiva”: l’Unione Europea dovrebbe avere più poteri per poter fare meglio, oppure gli stati nazionali dovrebbero riprendersi dei poteri in precedenza ceduti alle istituzioni comunitarie? A questa domanda la maggioranza assoluta dichiara un orientamento che potremmo definire “sovranista”: il 53,5% vorrebbe che fossero gli stati membri a riprendersi i poteri. Solo un terzo (33,8%) pensa invece che sia l’Unione a doverne avere di più. Da notare come a sostenere che le cose vadano bene così come sono oggi sia una minoranza davvero esigua (il 6,6%).

L’analisi sociologica delle risposte fornisce ulteriori indicazioni interessanti. Ad esempio, si nota una netta frarttura di tipo generazionale: tra chi ha un’età compresa tra 35 e 54 anni (la cosiddetta “generazione X”) i “sovranisti” sono nettamente maggioritari, più che doppiando gli “europeisti”. Viceversa, la generazione immediatamente precedente (quella dei “baby boomers”, con 55 anni o più) è quella che mostra il maggior equilibrio tra le due posizioni: la posizione “sovranista” prevale anche qui, ma con uno scarto molto inferiore (46% contro 38%). Una differenza ancora più marcata si riscontra nelle categorie occupazionali: lavoratori autonomi ed imprenditori sono per oltre due terzi favorevoli a riportare più poteri allo stato nazionale; mentre i pensionati sono praticamente l’unico segmento demografico che ritiene in maggioranza auspicabile proseguire nel pluridecennale processo che ha via via trasferito sempre più competenze e poteri dagli stati nazionali alle istituzioni europee.

Sia dal giudizio retrospettivo che da quello prospettivo emerge quindi un atteggiamento in maggioranza critico verso l’Europa. Nonostante la forte sfiducia verso le istituzioni pubbliche nel nostro Paese, gli italiani che vorrebbero riportare poteri allo Stato nazionale sono più numerosi di quelli che vorrebbero darne di ulteriori alle istituzioni europee. Ma, come alcuni ricorderanno, non è sempre stato così: l’adesione dell’Italia all’UE e poi all’Euro negli anni ’90 fu salutata con entusiasmo dall’opinione pubblica, come alcuni ricorderanno. Perché allora le cose sono cambiate? Cosa ha causato questa forte sfiducia nei confronti della UE?

Qui le risposte si fanno molto interessanti. Per oltre un quarto degli intervistati (25,7%) la principale “colpa” dell’Europa è stata quella di non aver saputo gestire la questione dell’immigrazione. Non sorprende, visto che il principale argomento di attualità, quando si parla di Unione Europea oggi, sono proprio le politiche migratorie. A sorpresa, però, le successive risposte sono di tipo più “assolutorio”: il 21% attribuisce le principali responsabilità alla crisi economica che, a partire dal 2009, ha minato la fiducia in tutte le istituzioni politiche – Europa inclusa.

La terza risposta più “gettonata” pone invece la questione della (oggettiva) debolezza delle istituzioni europee. Un’Europa politicamente debole è un’Europa che non può (o non vuole) prendere decisioni efficaci: di qui la sfiducia, secondo il 14,2% degli intervistati. A pari merito, coloro che ritengono che il problema sia stato invece un’eccessiva concentrazione nelle mani dei “burocrati” non eletti (cioè, verosimilmente, i funzionari della Commissione e della BCE) a scapito dei rappresentanti del popolo, ossia gli europarlamentari eletti dai cittadini con le elezioni europee. Il 12% fornisce un’altra spiegazione “benevola” nei confronti della UE, dando la colpa principalmente all’usanza (fatta propria da partiti politici di governo e opposizione) di scaricare sull’Europa la responsabilità di misure impopolari. Infine, quasi uno su 10 (il 9,6%) ritiene che il problema principale sia nell’egoismo dimostrato dai paesi del Nord Europa (Germania in testa) nei confronti di quelli mediterranei (tra cui ovviamente l’Italia).

Anche in questo caso si riscontrano notevoli differenze a seconda delle diverse categorie sociali. Ad esempio, le donne risultano molto più severe degli uomini nel “condannare” l’UE in tema di politiche migratorie (31,7% contro 19,7%); sullo stesso tema, risultano particolarmente severi i giudizi da parte di chi risiede nelle Isole (32,9%) e dei disoccupati (31,1%). Questi ultimi sono però anche quelli che attribuiscono alla crisi economica – più che ad errori dell’UE – la causa dell’aumento dell’euro-scetticismo (26,6%).

Ma se, secondo l’opinione prevalente, l’Europa si è dimostrata incapace di gestire le politiche migratorie e lo stato nazionale dovrebbe riprendersi dei poteri, la conseguenza logica è che la politica migratoria sia gestita interamente dai singoli stati, per essere efficace.

E invece, a sorpresa, la stragrande maggioranza degli intervistati ritiene che l’Unione debba avere un’unica politica migratoria: la pensa così quasi il 79%, un dato altissimo considerando che l’alternativa (che ciascun paese se ne occupi in autonomia) è quella che più scalda i cuori degli elettori “sovranisti”.

Le proporzioni di queste risposte sono ancor più sorprendenti se si considera che non variano di molto tra i vari segmenti sociali o politici: tra i laureati e gli elettori del PD la posizione comunitaria prevale in modo più netto (rispettivamente con l’87% e il 91%) ma questa opzione prevale (con il 67%) anche tra gli elettori che il 4 marzo hanno votato per la Lega di Salvini.

Infine, un’ultima questione anch’essa molto attuale di questi tempi riguarda la collocazione geo-politica dell’Unione Europea. L’Europa infatti si situa geograficamente a metà strada tra l’Atlantico e l’Asia, e nei nuovi assetti mondiali che vanno riconfigurandosi di anno in anno non è secondario chiedersi se il principale punto di riferimento debba restare l’America (e la NATO l’alleanza strategica di cui si fa parte) oppure se non sia invece il caso di riavvicinarsi alla Russia di Vladimir Putin. A giudicare dalle risposte a questa domanda, sembrerebbe non esserci storia: gli USA di Trump piacciono ancora – nonostante Trump o magari proprio grazie a lui – ben più della Russia di Putin. Sovranisti sì, ma senza esagerare.

Va sottolineato come la domanda sia stata posta prima dell’incontro con la premier britannica Theresa May in cui Donald Trump ha parlato di Europa come un “nemico” e dell’incontro amichevole (forse anche troppo, secondo alcuni osservatori) dello stesso presidente americano con Vladimir Putin. È certamente possibile che eventi come questo (soprattutto il secondo) possano aver influito sulla percezione degli Stati Uniti come “potenza amica” alternativa alla Russia, e quindi sulle opinioni in materia.

Nonostante le proporzioni delle risposte siano molto nette (gli USA più che doppiano la Russia) è interessante anche qui rilevare le differenze in base a caratteri sociologici o politici. Ad esempio, scopriamo che la Russia di Putin è vista con favore molto più dagli uomini (33%) che dalle donne (17,2%). Mentre dal punto di vista politico spicca il dato degli elettori della Lega, tra i quali il gap è molto inferiore (45,9 a 35,1) ma pur sempre in favore degli USA. Se quelli leghisti sono quindi gli elettori più “filo-russi”, gli elettori del Partito Democratico sono i più “filo-americani”: tra questi ultimi infatti quasi il 60% ritiene si debba restare vicini agli USA, contro un 17,7% che vorrebbe una maggiore vicinanza con la Russia.


Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica aikido, tira con l'arco e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

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