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Berlusconi di nuovo in campo: quanti voti può spostare?

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano restituisce l’agibilità politica a Berlusconi, che torna candidabile. Quali sono le possibili conseguenze per Forza Italia e per il sistema politico?


Silvio Berlusconi può tornare in campo. Dopo la decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano è tornato ad essere candidabile ed eleggibile. Al punto che già si parla di come e quando avverrà il suo ritorno tra gli scranni parlamentari.

Ma quanto vale davvero Silvio Berlusconi? È possibile provare a quantificare il valore aggiunto del leader di Forza Italia in termini di consenso elettorale?

L’operazione non è delle più semplici. Anzitutto perché Forza Italia e Berlusconi sono due soggetti che difficilmente possono essere considerati separatamente. Il rapporto è, oggi come ieri, inscindibile. Berlusconi ha non solo fondato Forza Italia dal nulla, scegliendone sempre la classe dirigente, ma ha letteralmente inventato il centrodestra italiano, segnando la politica nazionale degli ultimi 25 anni. Ma, pur essendo una figura storicamente centrale della politica italiana, gli ultimi risultati elettorali sembrano averlo relegato a un ruolo da comprimario.

Ovviamente tutti gli scandali giudiziari e il declino politico vissuto dal 2011 in poi lo hanno penalizzato presso l’elettorato, che in larga parte ha smesso di credere alle sue promesse. Ma a tutto ciò c’è da aggiungere l’incandidabilità occorsa a causa degli effetti della Legge Severino: era il 27 novembre del 2013 quando il Senato sancì la decadenza di Berlusconi, che da allora non ha più avuto la possibilità di rappresentare gli italiani in Parlamento.

Ma il leader di Forza Italia non si è certo ritirato a vita privata. È rimasto anzi leader non solo del partito, ma dell’intera coalizione di centrodestra. Il suo cognome è rimasto stampato sul contrassegno elettorale di Forza Italia. Eppure l’ex Cavaliere non è mai andato così male come il 4 marzo.

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Il logo di Forza Italia alle Politiche del 4 marzo

Per la prima volta dal 1994, Forza Italia non è più il primo partito leader del centrodestra. La percentuale è la più bassa di sempre (14%) e ha perso circa un terzo degli elettori rispetto alle già deludenti Politiche del 2013, arrivando a raccogliere “solo” 4.590.774 voti: un record negativo.

Se tale risultato sia più il frutto della sua incandidabilità o di uno scollamento tra leader ed elettorato è difficile stabilirlo. Certamente, già alle Europee del 2014, le prime da incandidabile, Berlusconi si fermò al 16,8% e a 4.605.331 voti, nonostante anche in quel caso il suo nome fosse chiaramente evidente nel simbolo di Forza Italia.

Così, in prima analisi, parrebbe esserci almeno l’eventualità che i due eventi siano collegati. Ma l’incandidabilità non è l’unica causa di questo declino: il partito di Berlusconi ha infatti iniziato a perdere consensi ben prima del 2014. Se alle Politiche del 2008 il PDL ottenne un record di 13.629.464 voti (37,4%), il bilancio degli appuntamenti elettorali successivi ha sempre fatto registrare delle perdite consistenti.

Sono infatti 10.767.965 i voti alle Europee del 2009 (35,3%), 7.332.134 quelli alle Politiche del 2013 (21,6%), per poi calare ulteriormente verso le cifre esposte nei paragrafi precedenti. Tre milioni di voti persi ad ogni tornata elettorale non possono essere imputabili solo all’incandidabilità, anche se quest’ultima ha sicuramente avuto un impatto negativo negli appuntamenti elettorali dal 2014 in poi.

Ma esiste un altro modo per stimare il peso del Berlusconi candidato sul consenso del suo partito, ed è quello di guardare ai voti di preferenza raccolti dal leader azzurro in occasione delle elezioni europee e comunali. Da questo punto di vista il record è costituito dal 37,8% delle elezioni Europee del 1999: in quell’occasione Berlusconi era candidato in tutte le circoscrizioni della Penisola raccogliendo ben 2.948.111 preferenze sui 7.783.541 voti totali di Forza Italia. Successivamente sia le preferenze in valore assoluto sia il loro peso rispetto ai voti totali del partito diminuirono, arrivando a 2.706.791 nel 2009 (25,1%).

Un altro indizio ci viene dall’importanza attribuita al leader dagli stessi elettori. Da questo punto di vista, come noto, l’elettorato di centrodestra tende maggiormente a identificarsi con una leadership forte. Secondo uno studio ITANES relativo alle Politiche 2013, ben il 97% degli elettori di centrodestra ritenevano che l’Italia avesse bisogno di un leader ‘forte’, e il 95% riteneva che Berlusconi soddisfacesse quel requisito.

A conferma dell’importanza del leader per gli elettori di centrodestra, una contemporanea analisi svolta dal centro studi LaPolis diretto da Ilvo Diamanti svelò che “il leader” era stato la principale motivazione del voto per il 41% degli elettori del PDL nel 2013. Solo l’elettorato di Scelta Civica (fondato dal premier uscente Mario Monti due mesi prima del voto) era più leader-oriented (68%).

Tutti questi dati ci restituiscono l’immagine di un partito che in larga parte coincide con il suo leader, a cui l’elettorato si mostra estremamente “affezionato”. Non sorprende quindi che alle Politiche del 4 marzo il cattivo risultato elettorale di Forza Italia sia arrivato al culmine di una campagna elettorale in cui il tasso di fiducia nei confronti di Berlusconi si è aggirato intorno al 25%. Sul partito ha senz’altro pesato, come detto, l’impossibilità di candidarsi del suo leader e il non aver trovato un nome spendibile come possibile premier (quello di Antonio Tajani è arrivato tardi e in sordina), mentre il gradimento dell’alleato/avversario Matteo Salvini faceva registrare valori crescenti.

Come analizzato da Giovanni Diamanti in “Una nuova Italia”, Berlusconi ha tentato di sopperire all’incandidabilità facendo stampare sul simbolo il proprio nome a caratteri cubitali (accompagnato dalla dicitura “presidente”), mostrandosi ancora una volta come federatore della coalizione, una sorta di “padre nobile” del centrodestra la cui caratteristica principale è la saggezza, contrapposta all’irruenza di alleato più giovane e decisamente insidioso.

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E tutto sommato Berlusconi non ha fatto una campagna sbagliata: ha indovinato uno dei temi che verranno maggiormente ripresi e che identificheranno il centrodestra (la Flat Tax) e mette in atto una presenza capillare sia in TV che in radio. La sua incandidabilità, quindi, non ne ha implicato l’assenza dall’agone politico. Tutt’altro. Lo dimostrano anche le analisi del nostro social monitor: sui suoi canali social il leader di Forza Italia è infatti riuscito ad essere addirittura più presente di Renzi, che poteva contare su un numero maggiore di follower.

E allora: cosa può cambiare la riabilitazione per lo scenario politico? Quanto può incidere l’ex Cavaliere in caso di elezioni anticipate? È complicato dirlo, ma proviamo a tracciare qualche linea.

Non solo, come abbiamo già visto, Berlusconi avrebbe a disposizione un ampio numero di collegi “sicuri” in cui potersi candidare. Ma se si andasse nuovamente a votare, quanto può ancora spostare un Berlusconi candidato? Qui si entra nel campo delle opinioni: secondo Nicola Piepoli quel cognome ancora oggi può spostare 2 milioni e mezzo di voti; altri quantificano questo valore aggiunto in modo diverso tra i 3 e i 5 punti percentuali. Enrico Risso di SWG, invece, mette l’accento su un elemento che abbiamo sottolineato anche qui: il nome a caratteri cubitali nel simbolo non ha permesso di bloccare l’emorragia di voti berlusconiani in uscita né nel 2014 né nel 2018. Una sua riabilitazione, quindi, non sposterebbe nulla nell’immediato.

Se quindi risulta difficile stimare quanto possa “valere” la riabilitazione di Berlusconi, restano però alcuni punti fermi. In primis Forza Italia è, ancora oggi, Silvio Berlusconi. Proprio per questo, è importante capire quanto possa essere attrattiva la sua leadership al di fuori quei 4 milioni e mezzo di elettori che hanno scelto FI il 4 marzo. La fine del bipolarismo, infine, ha coinciso con la fine dell’antiberlusconismo, che sicuramente lo ha negli anni rafforzato. Ma oggi, il vero competitor per Forza Italia è interno e si chiama Lega con Salvini: riproporre gli schemi che hanno funzionato in passato potrebbe non essere sufficiente per recuperare consensi.

 


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Andrea Maccagno

Laureato con lode in Governo e politiche alla LUISS, dove ha collaborato con il CISE, si interessa principalmente di sistemi elettorali e sistemi partitici.
Grande sostenitore dei diritti civili, è stato presidente di un'associazione LGBT

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