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E se PD e LeU si fossero coalizzati?

Se Pd e LeU si fossero accordati per proporre una larga coalizione sarebbe cambiato qualcosa? Probabilmente no. Numeri alla mano, la sinistra è stata prosciugata dal Movimento 5 Stelle, nonostante i richiami al ‘voto utile’


Ogni voto alla sinistra radicale fa scattare il seggio a Salvini e non alla Boldrini

Così Matteo Renzi, durante una puntata di Otto e Mezzo lo scorso 8 gennaio, cavalcava l’argomento del voto utile, invitando gli elettori di Liberi e Uguali (LeU) a votare per il PD. Intendiamoci: sulla carta, non aveva neanche tutti i torti. È chiaro che in un sistema in cui si assegnano dei seggi in collegi uninominali maggioritari a turno unico e senza la possibilità di effettuare un voto disgiunto, ogni voto tolto al principale partito di un’area politica ha come effetto quello di avvantaggiare il fronte avversario.

Ovviamente per molti elettori di LeU valeva invece il ragionamento opposto: il PD di Renzi era visto a tutti gli effetti un avversario come gli altri. Una posizione politica altrettanto legittima. Anche se, per Renzi come per molti elettori della coalizione di centrosinistra, i veri avversari erano stati individuati nel centrodestra e nel Movimento 5 Stelle.

Per questo, il refrain del voto utile serviva a convogliare i voti sul PD o su una lista ad esso alleata anziché “disperderlo” nel partito più di sinistra (LeU): la conseguenza di questa dispersione, infatti, sarebbe potuta essere la vittoria del collegio da parte del centrodestra o del Movimento 5 Stelle.

Ma quanto ha effettivamente inciso il voto verso LeU nella sconfitta del PD e del centrosinistra? È imputabile alla nascita di una lista che non si auto-definiva di sinistra radicale, bensì dichiaratamente laburista (Grasso ha copiato perfino lo slogan a Jeremy Corbyn, come raccontiamo in una “Una Nuova Italia”) un risultato così basso per la coalizione di centrosinistra? Sono stati Grasso, Bersani e D’Alema ad aver tolto voti a Renzi?

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“For the many, not the few” (cit.)

Nella realtà, Liberi e Uguali non ha sottratto granché al Partito Democratico, né in termini di voti né in termini di seggi. Anzi, il bacino elettorale potenziale di entrambi è stato abbondantemente saccheggiato dal Movimento 5 Stelle.

I dati sui flussi elettorali, sia sulle Politiche 2013 che sulle Europee 2014 (disponibili sul nostro dossier), confermano che LeU non ha sottratto molti elettori al PD – o comunque ne ha sottratti molti meno di quanto abbia fatto il M5S. Questo per ciò che riguarda i voti. E per quanto riguarda i seggi? Proviamo a simulare, a parità di voti, quanti seggi avrebbe conquistato una coalizione ampia di centrosinistra che vada da Civica Popolare a LeU. Quanti seggi avrebbe ottenuto in più Renzi con i voti di Grasso e compagni?

Una premessa necessaria: non si può affermare con certezza che ogni voto dato a LeU fuori dal centrosinistra gli sarebbe stato confermato qualora si fosse coalizzato. Anzi, sicuramente una parte di quell’elettorato si sarebbe rivolto altrove, probabilmente verso i 5 Stelle o una lista ancora più a sinistra (Potere al popolo?) o ancora verso l’astensione. Inoltre, non è detto che chi ha votato centrosinistra lo avrebbe fatto comunque se la coalizione avesse compreso anche D’Alema, Fassina o Fratoianni. Ma è anche vero, d’altro canto, che un centrosinistra unito e meno litigioso avrebbe potuto – forse – puntare ad una quota maggiore di elettori indecisi. Entrambe le ipotesi sono sensate, ma non potremo mai sapere se sono fondate o meno. Scegliamo quindi di basarci soltanto sui dati reali.

Tanto premesso, veniamo ai numeri. Liberi e Uguali ha ottenuto il 3,4% dei voti alla Camera. Un risultato decisamente deludente se si pensa che i leader di quel partito pensavano di ottenere un risultato a doppia cifra al momento della sua fondazione. Eppure, non si è trattato di una sorpresa clamorosa: durante tutta la Seconda Repubblica, non è mai successo che partito di sinistra non coalizzato con il centrosinistra sia mai arrivato al 10%. Ci si è avvicinato il Partito della Rifondazione Comunista nel 1996, conquistando l’8,6% dei consensi e 35 deputati (in presenza però di un “patto di desistenza” con l’Ulivo). Nelle ultime tre elezioni (2006, 2008 e 2013), invece, nessuna lista esterna alla coalizione era riuscita a eleggere un proprio rappresentante alla Camera: al massimo si è arrivati al 3,1% de La Sinistra Arcobaleno nel 2008.

Lo spazio a sinistra è quindi ormai da 25 anni abbastanza esiguo. LeU ha di poco superato la soglia di sbarramento del 3%, riuscendo ad eleggere 14 deputati nella parte proporzionale: nel maggioritario, invece, non è riuscito a vincere neanche un collegio. Quanto siano pochi 14 deputati ce lo dice il Regolamento della Camera, che all’articolo 14 (sic!) afferma:

Per costituire un Gruppo parlamentare occorre un numero minimo di venti deputati.

LeU quindi confluirà, almeno per il momento, nel Gruppo Misto e potrà al massimo ottenere di formare un gruppo autonomo in deroga, come già avvenuto per altri casi in passato (ad esempio FDI nella passata legislatura). Ma torniamo ai risultati e proviamo a immaginare lo scenario in cui il milione e più di voti di LeU fosse confluito in un’ipotetica larga coalizione di centrosinistra con Pd, +Europa, Civica Popolare, Insieme e SVP. Cosa sarebbe cambiato? Quanti seggi in più avrebbe ottenuto questa coalizione?

La risposta è: non molti. In totale, un’alleanza del genere avrebbe portato solo 15 parlamentari in più tra Camera e Senato.

Alla Camera il centrosinistra avrebbe guadagnato 5 seggi nei collegi uninominali (quelli Torino 3, Prato, Arezzo, Pisa e Roma Tuscolano) e nessuno nel proporzionale (rispetto alla somma tra seggi realmente ottenuti e i 14 di LeU).

Al Senato, invece, il centrosinistra avrebbe conquistato 9 seggi in più nell’uninominale e 1 solo seggio in più nel proporzionale (in Friuli-Venezia Giulia, a scapito del centrodestra).

L’argomentazione “un voto a LeU equivale a un voto alla destra”, ispirata al concetto di “voto utile”, sarebbe potuta essere al massimo una recriminazione ex post nel caso in cui la sinistra radicale avesse ottenuto un numero di voti capace di alterare l’esito del voto. Ma così non è stato.

L’altra condizione per cui quell’affermazione sarebbe potuta essere corretta era che il centrosinistra fosse stato davvero competitivo, combattendo sul filo dei voti per conquistare almeno la maggioranza relativa. Ma, di nuovo, così non è avvenuto.

Dividendosi, la sinistra non ha capito che il suo bacino potenziale non si divideva solo tra PD e LeU. L’avversario vero stava “fuori” e si chiamava Movimento 5 Stelle: che infatti ha sottratto voti all’uno e all’altro diventando il vero polo centrale, alternativo al centrodestra. Voto utile o meno, neanche un centrosinistra allargato avrebbe cambiato le cose.


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Andrea Maccagno

Laureato con lode in Governo e politiche alla LUISS, dove ha collaborato con il CISE, si interessa principalmente di sistemi elettorali e sistemi partitici.
Grande sostenitore dei diritti civili, è stato presidente di un'associazione LGBT

2 commenti

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  • Scusate, ma credo ci sia un errore:
    se il i 14 deputati (minori di 20) fanno parte di un partito politico che si è presentato alle elezioni dovrebbe essere permessa una deroga per la creazione di un gruppo parlamentare autonomo (e non finire così nel gruppo misto)

    • Come è scritto anche nell’articolo, l’ufficio di Presidenza può autorizzare la formazione di gruppi inferiori a 20 deputati in deroga, come poi è effettivamente successo. Il dato che l’autore intendeva sottolineare è che 14 eletti è al di sotto del numero minimo richiesto formalmente per avere un proprio gruppo autonomo.

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