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Le conseguenze della Brexit: il Regno Unito deve rinegoziare 759 accordi

Chiunque sarà il prossimo inquilino del n° 10 di Downing Street, dovrà rinegoziare un’enorme mole di accordi: anche questa è una conseguenza della Brexit…


Un vortice burocratico potrebbe risucchiare il Regno Unito. E non stiamo parlando delle imminenti elezioni anticipate, ma di una vera e propria gatta da pelare per il prossimo inquilino di Downing Street.

Secondo il Financial Times, che ha spulciato i Trattati dell’Unione Europea, è di 759 il numero di accordi che il governo britannico dovrà rinegoziare con l’uscita dall’Unione Europea. A tanto ammontano le intese che l’UE ha siglato con paesi terzi a beneficio dei suoi paesi membri e che, per il Regno Unito, decadranno una volta finalizzata la Brexit.

Accordi separati che vanno rivisti uno ad uno con tutte le parti coinvolte, pena una pericolosa palude di vuoti giuridici. I temi sono vasti e disparati, ma sono tutti ingranaggi più o meno fondamentali per il buon funzionamento dell’economia moderna: dai collegamenti aerei con l’America al commercio di suini con l’Islanda, fino ad accordi nucleari e alla pesca di pesce spada nel sud est del Pacifico.

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Gli accordi da rinegoziare, divisi per macro-aree: 295 commercio, 202 cooperazione regolativa, 69 pesca, 65 trasporti, 49 dogane, 45 nucleare, 34 agricoltura

Un grattacapo non da poco per i funzionari della Corona, che hanno già iniziato a togliere la polvere dai vecchi accordi internazionali in vigore prima del 1973, anno dell’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea. Forse sperano di poterli riutilizzare pari pari. Ma, dopo 44 anni, non saranno diventati obsoleti?

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Paesi terzi coinvolti in accordi in accordi con EU per macro-aree

Una corsa contro il tempo

759 accordi da rinegoziare entro marzo 2019, anno in cui si dovrebbe materializzare la Brexit (in coincidenza col rinnovo del Parlamento Europeo e della Commissione Europea). Un lasso di tempo troppo breve per i ministeri della Corona, a corto di personale e di esperienza.

Solo parlando di commercio, il governo britannico dispone di una task force negoziale di 300 persone per ridiscutere 295 intese bilaterali. Ne servirebbero almeno il doppio, secondo il think tank UK Trade Policy Observatory. Senza contare che molte di queste persone non hanno esperienza diretta nello stipulare accordi commerciali. Ricordiamo che il commercio è una competenza esclusiva dell’Unione Europea. Alla Commissione spetta il mandato di negoziare, in prima persona, i trattati commerciali (si pensi al TTIP o al CETA).

Il numero di parti coinvolte evidenzia ancor di più l’urgenza. Come mostra il grafico qui sotto, le discussioni dovranno aver luogo con almeno 160 paesi. Da queste stime sono state escluse circa 110 intese da rivedere nell’ambito delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

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Con alcuni paesi la questione si infittisce ulteriormente. Per esempio, fra UK e Svizzera si interpone una pila di 49 accordi separati, da rinegoziare. Seguono gli Stati Uniti con 44 e la Norvegia con 38.

Non solo una questione burocratica

Chi è in cerca di facili soluzioni rimarrà deluso. Ad esempio: non basterebbe sostituire la sigla UE con la sigla UK ad ognuno dei 759 concordati? La situazione è un po’ più complessa. È una partita non solo burocratica, ma anche politica. Per alcuni paesi, prosegue il FT, si tratta di un’opportunità d’oro per negoziare condizioni migliori con l’UK. A ben vedere, si può sostenere anche l’inverso: i pro-brexit, fra cui il Segretario agli Affari Esteri Boris Johnson, vedono solo opportunità nel liberarsi del fardello politico e regolativo di Bruxelles.

Il tema economicamente più scottante è il commercio. “Non ci saranno perturbazioni o interruzioni” promette Liam Fox, il Segretario britannico al commercio. Con la Brexit, il Regno Unito proporrà le stesse condizioni vigenti nell’Unione Europea, dice. Ma, come abbiamo visto, non si tratta di rinegoziare un blocco monolitico e onnicomprensivo. Al contrario, data la composizione settoriale e parcellizzata di ogni accordo, la transizione potrebbe essere più incerta del previsto.

A sintetizzarne la complessità ci pensa Oda Helen Stendes, l’Ambasciatore norvegese all’Unione Europea: “La nostra intenzione è di trovare i termini più soddisfacenti per il nostro pesce. Intorno ad esso, c’è un complicato reticolo di tariffe e di lentezze amministrative. Il nostro obiettivo è quello di ridurle”.

Le elezioni possono fermare la Brexit?

Quasi sicuramente no, come ci dice un altro articolo del FT. Entrambi i partiti con più probabilità di vittoria, quello conservatore di Theresa May e quello laburista di Jeremy Corbyn, si sono impegnati a rispettare il risultato del referendum dello scorso anno.

L’esito delle elezioni ci mostrerà, però, che tipo di Brexit avremo di fronte: hard oppure soft. In caso di solida maggioranza, Mrs May farà gioco duro conducendo il Regno Unito anche fuori dal Mercato Unico. Probabile scenario più morbido, invece, nell’eventualità di una maggioranza risicata dei conservatori o di una mancata maggioranza. Anche nella – difficile – ipotesi di una vittoria laburista, è possibile una soft Brexit.

In ogni caso, fino all’8 giugno, l’incertezza permane e con essa la spada di Damocle, intarsiata di 759 accordi da rinegoziare.

 

Guido Boccardo

Torinese. Laureato presso il Collegio d'Europa di Bruges. All'Università ha girato fra Italia, Svezia, Francia e Belgio. Innamorato del Toro, non sempre corrisposto. Si consola con i baci di dama.
Scrivo perlopiù sull'Unione Europea, direttamente da Bruxelles dove lavoro come policy adviser.

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