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Referendum: la guerra dei frame


La data del referendum costituzionale che si terrà in autunno non è ancora stata decisa, ma la campagna elettorale è cominciata da mesi.

Dopo un inizio che ha visto il “Sì” alla riforma costituzionale in netto vantaggio nei sondaggi, il “No” ha ripreso quota a inizio estate ed oggi la maggior parte delle ricerche vede un testa a testa tra i due schieramenti. Ma quali sono le chiavi che stanno decidendo e che decideranno l’esito di questa campagna elettorale?

1 – POLITICA È COMUNICAZIONE. Il punto di partenza è semplice: l’assunto che “politica e comunicazione coincidono” e quindi oramai vadano di pari passo e non possano essere considerate separatamente trova in questa riforma la sua concretizzazione esemplare. La riforma costituzionale è nata per essere comunicata: in un momento in cui la fiducia verso le istituzioni politiche è ridotta ai minimi termini (per il rapporto “Gli italiani e lo Stato” di Demos & Pi del dicembre 2015 solo il 5% degli italiani ha fiducia nei partiti, il 10% nel Parlamento), la riforma Boschi definisce come punto centrale la riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica. È stata questa l’arma che ha permesso al “Sì” di prendere la leadership iniziale nei sondaggi d’opinione, è stato questo l’argomento più utilizzato nella prima fase di pre-campagna.

2 – IL REFERENDUM SU RENZI. “Se vince il no, mi dimetto”. L’ha detto (e ripetuto) Matteo Renzi, questa primavera. A questo messaggio, il leader del Pd ha voluto aggiungere un accento e una reiterazione forti, per sottolineare la propria leadership e personalizzare la sfida. Tuttavia, si è dimostrata una scelta sbagliata: dopo questa presa di posizione, i sondaggi hanno evidenziato un crollo delle intenzioni di voto per il “Sì”. La ragione di questo calo è evidente: per un Presidente del Consiglio che gode di un indice di fiducia tra il 30 e il 40% (la rilevazione Ipsos del 12 maggio gli assegna un indice del 35,5% di fiducia tra i cittadini italiani, l’Atlante Politico di Demos di aprile il 40%), trasformare un referendum costituzionale in un referendum su di sé, comporta l’enorme rischio di mobilitare “contro” la maggioranza degli italiani che lo giudica negativamente. Impostare una campagna elettorale sulla personalità di Matteo Renzi e sul suo operato è un errore doppio, poiché oltre ad allontanare alcuni segmenti elettorali favorevoli alla riforma ma poco inclini a sostenere Renzi, porta il fronte che sostiene il “No”, piuttosto variegato ed eterogeneo, a unirsi contro il Presidente del Consiglio. Parliamoci chiaro: con questi dati di partenza e con questo scenario, il “referendum su Renzi” è un frame utile e conveniente più al fronte del “No” che al fronte del “Sì”. Il Premier l’ha capito, e ha iniziato a invertire la rotta, garantendo che, in ogni caso, non si tornerà a votare prima del 2018. Ma potrebbe essere tardi per cambiare la propria comunicazione.


3 – LA SFIDA DI FRAME. “Change vs Status Quo“. Con questo frame di sfida all’establishment, nel 2008 un giovane senatore nero dell’Illinois sconfiggeva prima Hillary Clinton e poi John McCain, arrivando alla Casa Bianca circondato da un enorme entusiasmo. Con quello stesso frame, portato alla radicalità del concetto di “rottamazione”, Matteo Renzi lanciava la propria sfida ai vecchi dirigenti del centrosinistra nel 2012. Oggi, quattro anni dopo, questo messaggio viene ripreso per il rush finale della campagna elettorale: “Se vince il no, rimane tutto com’è adesso“, “Chi vuole cambiare vota sì, chi vuole mantenere le cose come sono vota no” sono solo alcune delle frasi che il Premier da qualche settimana ripete come un mantra. A facilitargli il compito è l’iperpresenzialismo di D’Alema. L’ex presidente dei Ds è infatti il più esposto tra gli esponenti del “No”, e nella narrazione mediatica è diventato, nei fatti, il leader di quello schieramento. Chi meglio di un personaggio storico della sinistra italiana, in politica da più di quarant’anni, può essere l’antagonista ideale del Premier in una sfida che Renzi vuole trasformare in una dicotomia tra “cambiamento” e “status quo”?

A perfezionare la strategia renziana, va sottolineata la scarsa popolarità di D’Alema nell’elettorato: se Matteo Renzi, con il suo 44% di fiducia rilevato dall’ultimo Atlante Politico di Demos & Pi non gode di grande salute, l’ex premier non supera il 24%. Non è quindi un caso che Renzi abbia iniziato ad attaccare frontalmente l’ex Presidente del Consiglio, individuandolo e legittimandolo come avversario: anche dal punto di vista dei numeri, questa sfida lo rafforza. È in corso quindi una sfida di frame: tra il tentativo da parte degli strateghi del “No” di giocare sull’errore iniziale di Renzi e trasformare quindi questo voto in un referendum su di lui, e la dicotomia “cambiamento/status quo” imposta dal Premier, che trova in D’Alema, e nei vecchi dirigenti della sinistra, i suoi migliori alleati.

4 – IL RUOLO DEL CENTRODESTRA E DEI 5 STELLE. Fino ad ora questa campagna elettorale è stata prevalentemente un’anticamera del congresso del Pd, con un pezzo della minoranza iperattivo a sostegno del “No”, supportato da qualche incursione dei partiti alla sinistra dei democratici, e dall’altra parte il blocco renziano a sostenere la riforma. 5 Stelle, leghisti e centrodestra non pervenuti. È mancata una vera campagna da parte loro: non è un caso che, come evidenziano tutte le ricerche svolte fino ad oggi, sia il “Sì” che il “No” abbiano un sostegno piuttosto trasversale. In un contesto simile, una maggiore mobilitazione elettorale di questi partiti potrebbe fare la differenza. Ai 5 Stelle e al centrodestra però servirà un messaggio chiaro per non subire i frame già consolidati, altrimenti tra un voto anti-renziano e un voto anti-dalemiano, rischiano di rimanere schiacciati e di dover inseguire l’agenda altrui.

La guerra di frame è appena cominciata.

Giovanni Diamanti

Classe 1989, consulente e stratega politico. Co-fondatore e amministratore di Quorum, ha lavorato ad alcune tra le più importanti campagne italiane, tra cui quelle di Debora Serracchiani, Pippo Civati, Vincenzo De Luca, Pierfrancesco Majorino, Beppe Sala. In realtà è un ragazzo timido che ama guardarsi la punta delle scarpe. Uomo dalla testa veloce, ha idee (confuse) in ordine sparso - così come i capelli.

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